Tanto per cominciare

Mesi fa, vai a sapere in risposta a quale impulso, ho aperto questo blog. Ci ho perso del tempo, per dargli una forma minimamente piacevole, almeno ai miei occhi, e prendere confidenza con WordPress, ma poi l’ho lasciato lì, dormiente, in un minuscolo angolo dell’internet. Quelli, pochi, che facendo chissà quale giro vi ci si sono imbattuti, da allora non hanno trovato che il post sottostante ad attenderli. Post che, per la cronaca, in un primo tempo avrebbe dovuto essere temporaneo, ma che ho ora invece deciso di tenere, perché penso che con la natura di questo blog, nonché con l’atto stesso di scrivere, c’entri eccome. Non che non sapessi cosa farci, in verità, di questo blog. Di cose da dire ne avevo, e ne avrei. Cose che spero possano essere considerate, quando non giuste, quantomeno intelligenti, o anche solo interessanti. Semmai, molto spesso a mancarmi è stato il tempo – argomento che occupa da sempre il gradino più alto nella piramide delle mie considerazioni, e che sono sicuro tornerà fuori spesso su queste pagine – ma non è stato neanche questo a frenarmi.

La verità è che a mancarmi, ancora più del tempo, era un perché. Anzi, il perché. Perché avevo, o penso di avere, delle cose da dire? E ancora prima, perché volevo e voglio dire delle cose? Perché alcune persone devono dire delle cose, ne sentono il bisogno? E perché invece altri sono immuni da tale umana tentazione? Cosa rende i primi tanto arroganti da credere che le loro opinioni siano rilevanti? Ecco, mi piacerebbe dirvi che se ora ho cominciato a redigere questo blog, è perché io abbia trovato delle risposte a tali domande. Invece no. Di risposte non ne ho trovate, e anzi, guarderei con sospetto chi avesse da rifilarmi le sue in proposito. No, se ora sto battendo tasti sulla tastiera è, semmai, per dare risonanza a tali domande, ché si sa, al netto della frase-da-biscotto-della-fortuna che sto per utilizzare: ad essere importanti non sono le risposte, ma le domande.

Domande che, tra l’altro, in quella che parecchi hanno definito l’epoca della comunicazione in cui ci ritroviamo a vivere, assumono una rilevanza tutta nuova. Tanti, in genere sui social network, fanno notare con toni preoccupati che, data la facilità con cui è ormai possibile farsi sentire, tutti vogliono dire la loro e nessuno si cura più di ascoltare quella degli altri, non rendendosi conto però di stare paradossalmente dicendo anch’essi la loro: in pratica di essere parte del sistema, e non un’alternativa. Che poi se ci sia da essere preoccupati non lo so mica. Voglio dire, sono esistite, e alcune resistono, anche società fondate sul pensiero unico, e sinceramente non mi sento di voler fare a cambio. È ovvio che, quando tutti urlano, riuscire ad ascoltare quelli che hanno qualcosa di buono da dire è faticoso, ci costringe a concentrarci, a prestare attenzione; ma è una fatica che penso valga la pena di sostenere, sennò lasciamo perdere tutto, andiamo a vivere ognuno nel suo pezzetto di terra, e morta lì.

Per fortuna invece, il voler esprimere le proprie opinioni è qualcosa che ha radici antiche, che corrono sotto la superficie dell’intera storia dell’umanità. La quasi totalità dei processi storici sono stati innescati da qualcuno che aveva un’idea, un’opinione, e da altri che vi hanno poi aderito, più o meno consapevolmente. Del resto, convincere gli altri della bontà delle proprie idee, è un’attività che ci occupa, anche qui più o meno consapevolmente, per gran parte della giornata. Anzi, a ben vedere, convincere gli altri della bontà delle nostre idee, senza malafede, ovvio, è una delle poche azioni ancora nobili che compiamo, perché vuol dire che crediamo in qualcosa, o perlomeno che crediamo ci sia un modo giusto per fare o pensare qualcosa, e che se riusciamo a farlo capire anche agli altri, poi stiamo meglio tutti.

Ecco, se alla fine ho deciso di rianimare questo blog, di svegliarlo dal sonno in cui l’avevo fatto piombare, è perché mi sono risposto che voler dire qualcosa è un’attività, se non sempre innocente, comunque naturale, legittima, che può addirittura migliorare le cose – ma anche peggiorarle, certo -, e che in fin dei conti agli altri è lasciata sempre la facoltà di scegliere se ascoltare o meno. Nessuno li costringe. Spetta a me convincerli della bontà delle miei opinioni, che vengano considerate, quando non giuste, quantomeno intelligenti, o anche solo interessanti. Qua sulla sinistra c’è un elenco di persone che esprimono da tempo, chi più chi meno, le loro opinioni; opinioni che mi premuro di leggere quotidianamente, sempre per rispondere al partito di quelli che ormai tutti parlano e nessuno ascolta. Non sempre, ma spesso sì, sono d’accordo con quello che dicono, queste persone; quello che invece accade sempre però, è che le loro opinioni hanno conseguenze sulle mie: a volte le completano, a volte le mettono in dubbio, altre ancora le fortificano. Insomma, mi rendono una persona migliore. Ecco, illudermi che le mie possano avere lo stesso potere su quelle di qualcun altro, contribuirne al miglioramento, mi sembra un ottimo motivo per non restare in silenzio.

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