È colpa mia

E insomma, l’altra sera ero lì che guardavo lo scontro del secolo, lo show dei record, “il duello Frost/Nixon de noantri”, o in qualunque altro modo vogliate chiamarlo, ché tanto ci siamo capiti, e sentivo crescermi dentro questo senso di malessere senza riuscire però a capire bene da cosa dipendesse. Non era certo per le parole del Cavaliere, che pure in passato erano ben capaci di farmi ribollire il sangue, né per il rischio che queste potessero farlo tornare ai fasti elettorali di un tempo – non che il rischio non ci sia, come avverte oggi anche Dario Di Vico sul Corriere Della Sera, però, se il centrosinistra comincia anche solo a pensare di poter perdere, poi finisce che perde davvero. Non era neanche la triste constatazione di come Santoro e Travaglio, devoti al dio share, avessero costruito un programma su misura per la riscossa berlusconiana, allestendo una corrida dove il torero prende ad accarezzare il toro, invece di infilzarlo a dovere – mentre D’Avanzo era lì che si rigirava nella tomba. Ma non voglio spendere altre parole su questo, ché Ludovico Bessegato ha detto già tutto il dicibile. E quindi, dicevo, ero lì che guardavo, tra il nauseato e il divertito, questa rimpatriata di vecchi amici dove, come sempre accade nelle rimpatriate, è la tristezza a farla da padrona, senza riuscire a dare un nome al malessere che sentivo crescermi dentro. Poi, finalmente, oggi ho realizzato di cosa si trattasse.

Quel malessere altro non era che senso di colpa. Senso di colpa per aver un po’ contribuito a tutto questo. Perché, se nel 2013, l’evento politico e televisivo dell’anno è ancora lo scontro tra Santoro e Berlusconi, è colpa mia. Mia e di tanti altri, in verità, cui forse ora le rispettive coscienza staranno chiedendo conto, proprio come sta facendo la mia con me. Perché è colpa mia se Berlusconi può ancora essere un protagonista della sfida politica italiana. È colpa mia se, dopo lo spread, le olgettine, Dell’Utri, gli scandali regionali in casa PdL e altre cose che al momento non mi vengono in mente, può addirittura pensare di poterla vincere, questa sfida. Come è sempre colpa mia che la sfida sia strutturata di nuovo attorno alle stesse tematiche e con le stesse dialettiche di quelle degli ultimi vent’anni. Una situazione che, tra l’altro, permette ancora alle vecchie volpi centriste di ritagliarsi un ruolo nell’evidenziare lo stallo dovuto al bipolarismo, e questo davvero non riesco a perdonarmelo. Perché la possibilità di evitare che la storia si ripetesse, sempre uguale a se stessa, ce l’ho avuta, io come pure tanti altri. E ce l’ho avuta esattamente meno di due mesi fa, con le primarie del centrosinistra.

Perché mentre tutti noi, o comunque una buona parte di noi, stavamo lì a brindare, boccale di birra in mano, per l’incoronazione, finalmente, di Bersani come leader del centrosinistra, Berlusconi seguiva tutto da casa, felice ed eccitato come neanche alle sue cene eleganti, conscio di star assistendo in verità all’ennesima replica de Il Gattopardo. Nello stesso istante aveva visto confermarsi quella sinistra che era sempre riuscito a sconfiggere e affogare sotto le ondate dell’affluenza ai gazebo le istanze grilline di antipolitica. E poco importa che Bersani sia forse il leader migliore che la sinistra abbia saputo esprimere dai tempi di Berlinguer: avesse vinto Renzi le primarie, oggi tutto questo non sarebbe successo. Berlusconi si sarebbe guardato bene dallo sfidare un avversario contro cui non avrebbe potuto usare la solita retorica della vittoria del comunismo da scongiurare. Un avversario con un appeal mediatico paragonabile al suo e capace di richiamare alle urne anche gli occasionali della politica: gli stessi che una volta era lui, “il Pifferaio di Arcore”, a saper radunare. Ecco, è colpa mia, e di tanti altri, se nel mettere una croce sopra al nome che mi sembrava il migliore, non sono stato in grado di prevedere che sarebbe successo tutto questo.

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