Because the pop is love

Quando studio, io ascolto la musica. Lo faccio da sempre. Ricordo che una volta, quando andavo ancora al liceo, chiesi alla mia professoressa di poter ascoltare della musica in classe, durante lo svolgimenti di un tema. Io, come pure diversi miei compagni, ero solito andare in giro con un lettore cd portatile. I lettori mp3 non c’erano ancora. O forse sì, ma non lo sapeva nessuno. Ad ogni modo, la professoressa, evidentemente molto progressista, mi diede il permesso, e così io feci l’intero compito con in cuffia il disco di debutto della mia più fresca scoperta musicale dell’epoca, i Clap Your Hands Say Yeah. Altri tempi.

Non so perché ho cominciato a fare così. Mi verrebbe da dire che, essendo lo studio un’attività spiacevole, sentissi il bisogno di compensarla facendo nello stesso momento qualcosa di piacevole, come appunto ascoltare della musica. In verità questo magari andava bene quand’ero al liceo. Adesso è un’argomentazione che non regge più, dal momento che molte delle cose che studio mi affascinano, o perlomeno mi interessano. Insomma, non la considero più un’attività spiacevole. A molti darebbe fastidio, lo so. Il rumore deconcentra, e mentirei se non ammettessi che a volte anche per me è così. Però in genere preferisco stare sui libri con qualche buona colonna sonora sotto, ma magari è solo questione d’abitudine. In effetti io faccio quasi tutto con la musica sotto. Il motivo è che ne sono un divoratore vorace, e se non utilizzassi tutto il tempo a mia disposizione, non riuscirei mai ad ascoltarne tanta quanta vorrei. Questo mi porta a far uscire qualcosa dalle casse ogniqualvolta sono impegnato in un’azione che non mi occupi l’udito. Una sorta di multitasking forzato, acquisito col tempo. Quella dell’accumulazione digitale della musica, del resto, con desktop sempre più imbottiti di cartelle e hard disk pieni zeppi di discografie inascoltate, è una patologia tutta contemporanea, lo sappiamo. Ed io, come molti altri di voi, evidentemente non sono stato vaccinato. Comunque, di questo magari parliamo un’altra volta. Adesso la questione è un’altra.

Ho passato le ultime due settimane a preparare l’esame di Economia Internazionale – è andato benone, se ve lo state chiedendo, – e nel farlo mi sono scelto, come faccio sempre, un paio di artisti ed ho ascoltato solo questi per tutto il tempo dello studio. Ho fatto Storia Moderna con i Sigur Rós, Diritto Privato con Neil Young e Nick Drake, Diritto Internazionale con Radiohead e Bon Iver, e così via. Ora, storceranno il naso i miei amici dell’indie, la scelta è ricaduta sui Coldplay. Li ho ascoltati davvero tanto negli ultimi giorni, come non mi capitava da anni. Ne ho ripercorso l’intera discografia, e mentre ero lì seduto, con gli occhi puntati sui libri e le orecchie tese verso le casse, non potevo fare a meno di riflettere su come fossero cambiati nel corso del tempo. Ho rimesso insieme, una dietro l’altra, tutte le scelte musicali fatte nella loro carriera, e insomma, è andata a finire che queste riflessioni mi hanno aiutato a riordinare alcuni pensieri riguardo al pop che mi giravano in testa da un bel po’. Ma andiamo per ordine.

Innanzitutto va chiarita una cosa: ho amato tantissimo i Coldplay. Sì, si potrebbe dire che sia stato un loro fan in passato, al punto che continuo ancora oggi a comprare i loro dischi. Certo, una parte di me si racconta che lo faccio perché sono una sorta di Beatles del nostro tempo – così come i Muse sono i nuovi Queen, Lady Gaga la nuova Madonna, riuscendo proprio lì dove ha fallito Britney Spears, Beyoncé Diana Ross, &cc &cc… – e che non puoi non avere i dischi dei Beatles, se vuoi evitare che i tuoi futuri nipoti ti insultino. Un’altra parte di me, però, sa benissimo che se continuo a comprare i loro dischi è anche per tornare un po’ più giovane, a quando, appunto, ascoltavo i Coldplay e le cose erano, magari non migliori, ma di sicuro più spensierate – lo stesso discorso vale anche per gli Strokes. Per questo, tra l’altro, quando la mia ragazza mi ha proposto di andarli a vedere l’estate scorsa a Torino nella loro unica data italiana, mi è sembrata subito una buona idea, ché oltretutto non li avevo mai visti dal vivo, e avrei voluto evitare di farlo a trent’anni suonati, quando la cosa avrebbe cominciato ad essere un tantino ridicola – per la cronaca, è loro quella che si usa chiamare “la nostra canzone”. Ovviamente non siamo riusciti nell’impresa, visto che i biglietti sono andati sold out nell’istante esatto della loro messa in vendita, ma forse è stato meglio così.

Inutile dire che i Coldplay che ho conosciuto io non erano quelli dei coriandoli ai concerti e dei duetti con Rihanna, ché per carità, non c’è niente di male, né a sparare coriandoli né tantomeno a cantare con una che indubbiamente sa il fatto suo in termini di pop, però, semplicemente, non erano questi i Coldplay per me. Siamo nell’estate del 2002 e sto guardando MTV. All’epoca era facile che quando mettevi su MTV ti capitava di sentire della musica; oggi mi sono accorto che la cosa è diventata dannatamente più difficile. Ad ogni modo, sto guardando MTV e ci sono Marco Maccarini e Giorgia Surina in diretta con il loro programma, TRL, che allora era un po’ il programma di punta della rete. Se ne stanno lì come sempre, a presentare uno via l’altro i video più richiesti, quando a un certo punto cominciano a spendere elogi per il disco di questa band che è già da un po’ che ha un video in rotazione. A me di solito non piacciono i video che mandano a TRL, dove boyband e idoli delle ragazzine la fanno da padrone, però questo gruppo in effetti mi pare diverso, e pure la canzone non sembra male per niente. E insomma, alla fine mi lascio convincere e mi metto a scaricare il disco con WinMX, traccia per traccia – cose dell’altro secolo! Il disco in questione era A Rush Of Blood To The Head e, ancora non lo sapevo, era davvero un gran bel disco. Andatevelo a riascoltare ora: non c’è un singolo brano che non sia eccezionale. Nessun riempitivo. Il disco perfetto, quello che tutti gli artisti sognano di fare, ma pochi ci riescono.

E sì che loro c’erano già andati vicini al debutto, con quell’altro piccolo capolavoro che è Parachutes. Un album di una delicatezza rara, dove le sonorità dolci non erano ancora state sacrificate sull’altare degli inni da stadio. Chris Martin aveva imparato ascoltando Jeff Buckley la potentissima carica emotiva del falsetto – la stessa lezione fatta propria anche da Thom Yorke, – che a sua volta aveva esasperato le doti canore ereditate dal padre Tim, un altro i cui dischi mi hanno tenuto parecchia compagnia mentre cercavo di memorizzare i modelli economici del commercio internazionale. Ad ogni modo, i Coldplay vengono da due dischi uno migliore dell’altro quando cominciano a lavorare sul terzo. Sanno anche loro di aver già raggiunto l’apice con A Rush Of Blood To The Head: da lì possono solo scendere. Del resto si sa, il terzo disco è quello più importante nella carriera di un artista. Tanti riescono a tirar fuori un’ottima opera prima. Quelli più fortunati magari riescono a ripetersi anche al secondo tentativo. Ma se fai bene pure il terzo, allora non sei più fortunato: sei bravo. Ed è proprio qui che loro si dimostrano geniali, creando un disco ponte: un’opera che allo stesso tempo sia in grado di chiudere un ciclo e aprirne un altro. Un modo per sottrarsi all’inesorabile discesa che segue il raggiungimento di ogni vetta.

X & Y non è ai livelli dei precedenti, anche se resta un disco ancora piuttosto ben fatto e piacevole da ascoltare, ma questo è un aspetto comunque secondario. Perché X & Y è anche, e soprattutto, l’album della svolta. È qui che i Coldplay trovano la formula magica del pop. Quella che da gruppo, se non proprio di nicchia, comunque da ascoltatori attenti, li trasforma in idoli delle masse. È qui che da gruppo di indiscusso valore, diventano gruppo da stadi pieni e milioni di copie vendute, in un momento storico in cui nessuno vende più un disco: una sorta di moderni U2, ma molto meno machos. È qui, insomma, che i Coldplay diventano i Coldplay. O meglio, è qui che smettono di essere i Coldplay che avevano voluto essere, e cominciano a diventare i Coldplay che la gente vuole che siano. Abbandonano la parabola iniziale, da dove non avrebbero potuto far altro che cadere, e ne cominciano una nuova, che possono ancora percorrere fino alla vetta, basata su assi cartesiani completamente differenti. In pratica, per dirla con una parola, diventano pop.

Ora non fraintendetemi. Essere pop è una cosa grossa. Non è da tutti. Perché di pop, come per tutte le cose, ne esistono due tipi: quello fatto bene, e quello fatto male. E siccome siamo così soffocati da pop fatto male, in tutti i campi, dalla letteratura alla tv, passando ovviamente per il cinema, abbiamo cominciato a pensare che il pop sia qualcosa di brutto di per sé. Qualcosa di basso, poco nobile, o addirittura qualcosa di corrotto, falso, costruito. Qualcosa che ti vuole fregare. E invece no, non è così. Perché è vero che le canzoni pop si costruiscono allo stesso modo ormai da diversi decenni, ma non tutte poi diventano delle grandi canzoni pop. Certo ci sono i tormentoni. Il prodotto su cui tutte le case discografiche puntano, dallo scarso investimento e la massima resa, ma non pensiate si vada a botta sicura neanche con quelli. Ché anche se usi sempre gli stessi quattro accordi, di Lemon Tree te ne viene fuori una ogni dieci anni, quando va bene. Insomma, essere pop non è per niente facile. E quando trovi finalmente la formula che ti aiuta ad esserlo, meriti rispetto. E non è solo una questione di soldi e fama. Essere pop vuol dire entrare a far parte di una cultura, plasmarla anche, e rimanere inesorabilmente legata ad essa per tutta la storia a venire. E i Coldplay sono riusciti a fare tutto questo. Viva La Vida è praticamente il manifesto della musica pop contemporanea. Quello in cui trovano il giusto equilibrio sia il genio di Brian Eno che il lavoro di Jay-Z. Quello dove si inventano un’estetica tutta nuova, dai costumi ai videoclip, dagli artwork alle scenografie dei concerti, nel tentativo, riuscito, di riprodurre il suono in immagine. E Mylo Xyloto, beh… Su di me è un album che ha pochissima presa, ma è giusto che sia così. Non sono più certo io, per ragioni anagrafiche e culturali, a rappresentare il loro pubblico di riferimento. Hanno voluto aggiustare ulteriormente il loro sound agli standard attuali, e a giudicare dai Like su Facebook, non hanno mancato l’obiettivo.

Certo, non tutti compiono le stesse scelte. Non tutti percorrono le stesse strade, nella stessa direzione. Non tutti vogliono essere pop. I Radiohead, tanto per fare un nome, hanno fatto un percorso inverso rispetto a quello dei Coldplay. Da gruppo messo in fretta e furia sotto contratto all’inizio degli anni ’90 con l’idea di tirarne fuori un clone dei Nirvana, ma molto più radio friendly, si sono poi voluti emancipare dai giochi, o gioghi, discografici alla prima occasione, spostandosi su sonorità che alla maggior parte delle persone che conosce Creep a memoria risultano inascoltabili. Ripercorrendo la loro di discografia – molto rapidamente ché penso di avervi già portato via fin troppo tempo, sempre che siate arrivati a leggere fino a qui: nel caso, grazie! – sembra evidente il punto di svolta segnato dal dittico Kid A e Amnesiac, vero turning point della musica contemporanea tutta, capace di separarla in un prima e in un dopo, o, se preferite, in pre e post. E la cosa buffa è stata che, proprio nel tentativo di rompere con tutta la tradizione pop in cui erano stati costretti agli inizi, hanno aperto un nuovo varco su cui poi si sono potuti inserire anche tantissimi altri artisti, diventando così essi stessi tradizione. Non è del resto questo che fanno gli innovatori? Far diventare percorribile una strada sulla quale fino a quel momento a nessuno era venuto in mente di avventurarsi.

Ad ogni modo, tornando ai Coldplay, la cosa che mi preme sottolineare in tutto questo, è che non c’è una morale. O meglio, la morale c’è, ma non è quella che pensate voi. Non ci sono buoni o cattivi, qui. Non ci sono vigliacchi, che seguono i gusti della massa, o eroi, che invece cercano di discostarsene il più possibile. Ognuno percorre la strada che sente sua. L’importante è farlo bene, ché quando si fa bene quello che si vuole fare, si vince tutti. E fare del buon pop non è né più semplice né culturalmente meno rilevante che inventare un nuovo genere da zero. Fare del buon pop è una grande impresa. Perché il pop è amore.

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