Perdere, e perderemo

Mi sento ancora malissimo per la batosta rimediata ieri. Non temete. Passerà. Ho perso anche Coppe dei Campioni, e sono sempre riuscito a superarlo. Ce la farò anche stavolta. Però, volevo un attimo appuntarmi un pensiero che mi viene in mente ogni volta che perdo un’elezione, e la cosa mi è già successa diverse volte, più di quanto non sia accaduto con le Coppe dei Campioni. Un pensiero che tutte le volte mi convinco sia in realtà sbagliato, che non può essere così, e che quindi merita di essere ricacciato immediatamente nel mio subconscio. Ed è lì che resta, fino alla sconfitta successiva. Quindi ho pensato valesse la pena, per una volta, appuntarmelo, prima di convincermi di nuovo della sua infondatezza, ché tanto lo so che presto si riaffaccerà con forza. E il pensiero, che a quanto pare è lo stesso a balenare pure nella testa di Leonardo, anche se il suo è ovviamente molto meglio articolato del mio, è il seguente.

L’Italia è un paese di destra. Punto. Lo è sempre stato, e non vedo perché prima o poi dovrebbe cambiare colore politico. Ne esistono, di paese storicamente di destra – la Francia per esempio è uno di questi, se togli la parentesi dei Giacobini, che poi pure loro diciamo che nei modi erano quantomeno diversamente di sinistra – e ci si campa bene lo stesso. Quindi non c’è da farne per forza un dramma. Questo però significa rassegnarsi al fatto che, come la metti la metti, la sinistra perderà sempre. E difatti, è questo che accade. Sempre. E tutte le volte, il giorno dopo le elezioni, ce ne stiamo qui a tentare di capire cosa non ha funzionato. Forse si è sbagliato il candidato. Forse si è sbagliata la strategia. Forse gli slogan. La campagna elettorale. Non si è riusciti a comprendere il paese. E cosa vuoi comprendere? Più chiaro di così. Non è un paese per la sinistra, questo. Fine della storia.

Io sono relativamente giovane, ma già ne ho vissuti parecchi, di questo genere di processi del lunedì in cui si cerca il responsabile, o più spesso i responsabili, della sconfitta. E mi pare che quelli che hanno qualche anno più di me non abbiano conosciuto esperienze tanto diverse. E questo perché, semplicemente, l’Italia è un paese di destra. E l’unica cosa che c’è da fare è prenderne atto. Non è una questione di leader, ché ora è facile dire “se c’era Renzi“. Però Renzi non c’era, perché in maniera estremamente democratica si è deciso che era meglio Bersani. Ché poi, l’impressione è che si sarebbe perso anche con Renzi. E questo perché c’è una grossa fetta di popolo che la sinistra proprio non la vota. Fosse guidata da Renzi, Obama, il Papa.

Insomma, come la metti la metti, si perde sempre. Se provi a distinguerti chiaramente, a porti come qualcosa di totalmente diverso dalla destra, cioè qualcosa di sinistra, che è quello che sei, perdi perché sei in minoranza. Si chiama aritmetica, e in democrazia conta ancora più dei buoni propositi. E difatti, è quello che succede. Sempre. Per vincere, allora, non ti rimane che provare a prendere voti dall’altra parte, ma a quel punto devi un po’ camuffarti, rinnegare te stesso, col rischio che poi non ti votino più neanche quelli di sinistra. E se alla fine riesci nell’impresa di aver convinto tanti di quelli dell’altra parte a passare dalla tua, beh, allora significa che sei diventato un po’ di destra. E quindi, in ogni caso, non è la sinistra a vincere, ma un’altra cosa. Una via di mezzo. Perché qui la sinistra perde sempre. Come la metti la metti. Quindi, boh, non lo so, forse l’unica cosa saggia da fare è mettersi a costruire un partito di destra che perlomeno sia un buon partito di destra. Quello degli inglesi, per dire, non è malvagio, e pure quello degli americani, dichiarazioni di guerra a parte, ha fatto anche cose buone. Ecco, magari si può partire da lì, provare ad imitarli. Perché mettersi a costruire un ottimo partito di sinistra non serve a un granché, quando, come la metti la metti, comunque poi alla fine perde. Sempre.

Ecco, l’ho detto. Adesso sono pronto a dimenticarmene come tutte le altre volte. Fino alla prossima elezione.

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