Il Popolo dell’Irresponsabilità

L’altro giorno, a meno di 24 ore dall’esito deludente, a volerci andar giù leggeri, delle elezioni, accusavo questo paese di essere di destra. Di esserlo sempre stato e del suo essere condannato a rimanerlo per sempre. In verità, però, mi sbagliavo. Ero arrabbiato, smarrito, e avevo anche 38 e mezzo di febbre mentre scrivevo – faccio notare che erano anni che non mi veniva la febbre: alcuni qui parlerebbero apertamente di somatizzazione – e quindi evidentemente ero poco lucido. E la lucidità è importante se vuoi arrivare a vedere le cose come sono in realtà, e non solo come appaiono. Ora l’incazzatura se n’è andata, la febbre pure, ed io sono appena tornato da un piacevole fine settimana passato in Belgio: un paese che, tra l’altro, è la dimostrazione concreta di come si possa vivere benissimo anche senza governo, e per periodi di tempo pure piuttosto lunghi (no, in Italia non funzionerebbe, se ve lo state chiedendo). Insomma, penso di aver riacquistato parte della mia lucidità, e per questo sono qui a correggermi.

Non è un paese di destra questo. Lo sarebbe, molto probabilmente, se solo in questo paese ci fosse una destra degna di chiamarsi tale, o qualcosa che anche solo le assomigli. Un partito con posizioni liberali, in tema economico, e conservatrici, in tema di diritti sociali, come lo sono tutti i partiti di destra nel resto dei paesi occidentali. Guardate i repubblicani americani, o i tories inglesi: vi sembrano anche solo lontanamente sovrapponibili al Popolo della Libertà? Intendo nei programmi politici che avanzano, non parlo neanche nel modo di porsi di fronte all’elettorato. Semmai, qualche analogia in più la si riscontra con il centro di Monti, Fini e Casini, che però è forse l’unica forza politica ad aver ottenuto un risultato ancora peggiore di quello del Partito Democratico a questa tornata elettorale. E la cosa la dice lunga. Quindi direi di no, non è un paese di destra questo.

E sembra paradossale, ma ad essere ulteriormente penalizzata da questa assenza della destra nel quadro politico nazionale è proprio la sinistra, privata, senza colpe proprie in questo caso, del suo più grande avversario. E lo sappiamo tutti che niente unisce di più del combattere un nemico comune, niente identifica di più del distinguersi da ciò che è altro da sé: «Cosa siamo noi? Non si sa, ma di sicuro non siamo loro. Ecco, quindi tutti quelli che non sono loro, siamo noi». La sinistra questo tipo di discorso non lo può fare, perché non esiste un loro ben definito da cui possa distinguersi con forza sul piano politico. Gli è sottratta, cioè, la possibilità di mettere gli individui, gli elettori, nella posizione di poter, e dover, scegliere: «Cosa siete? Cosa preferite? Liberali e conservatori, o statalisti e progressisti (la sto mettendo giù volutamente semplice)?». E così alla sinistra non resta che recitare, male, entrambi i ruoli – tanto che la più importante legge sulle liberalizzazioni di questo paese, quasi ci si commuove a ricordarlo ora, porta la firma di Bersani – finendo inevitabilmente con lo scontentare tutti. Che poi, non per niente, è quello che alla sinistra riesce di fare meglio, da sempre. Insomma, fossero messi nella posizione di dover scegliere, probabilmente gli individui sceglierebbero di essere di destra, in questo paese. Ma magari qualcuno no. Solo che, ahimè, non è questo ciò che accade. Non è su questa dicotomia che si gioca la scelta.

E allora sentiamo, direte voi, se non c’è la destra, cosa c’è al suo posto? Beh, un’altra cosa, dai contorni sfumati e dai connotati politici poco definiti e contraddittori. Qualcosa creato ad hoc col fine di incontrare il consenso di quante più persone possibili, senza escludere nessuno. Qualcosa che punta più a far presa su sentimenti che non su idee. Su stili di vita. Su facoltà del sentire, addirittura. E questa facoltà del sentire su cui si è fatto appello negli ultimi vent’anni è il nostro senso di irresponsabilità. L’Italia è un paese di irresponsabili, nel senso più letterale del termine, che è quello, appunto, del non volersi assumere mai le proprie responsabilità. Del non voler mai pagare per le conseguenze delle scelte fatte e delle azioni intraprese. Un paese di bambini che si ingozzano di caramelle fino a star male, e male sul serio, senza farsi mancare nulla, dalle carie ai denti, al diabete, passando per il mal di pancia con annessi attacchi di diarrea acuta. Ma di ascoltare la mamma di smetterla, di mangiare tutte queste caramelle, non se ne parla proprio. Piuttosto si elegge una mamma diversa, una che ci dica che non è vero che le caramelle fanno male, e che possiamo continuare a mangiarne finché vogliamo. Come se questo bastasse a cambiare una realtà che non ci piace, cioè che troppe caramelle fanno male.

Perché qui non si tratta neanche di scegliere consapevolmente di mangiare caramelle fino a crepare: quella sarebbe già una bella presa di responsabilità, e dio ce ne scampi, siamo italiani. No, è proprio il volersi sentir dire, non solo che si può continuare a fare ciò che si vuole, ma che questo non comporterà alcuna conseguenza. Nessuna presa di responsabilità, appunto, e una bella dose di autoassoluzione, che non guasta mai – io non ne sapevo niente, mi avevano detto che le caramelle non facevano male, non è mica colpa mia se invece non è così, sono stato ingannato. Del resto scegliamo sempre di ascoltare la persona che dice ciò che ci fa più comodo. E noi quella persona l’abbiamo trovata – è il caso di dirlo: abbiamo trovato caramelle per i nostri denti – e la siamo stati ad ascoltare per un ventennio buono. E a quanto pare, non abbiamo smesso di farlo neanche ora, che ci son caduti tutti i denti, siamo costretti ad iniettarci litrate di insulina, e abbiamo il water intasato. Troppo allettante l’idea, il desiderio, di poter continuare a mangiare caramelle all’infinito senza star male. E fanculo chi ci dice il contrario (la sinistra? Monti? L’Europa?). Sono solo invidiosi perché loro le caramelle non ce le hanno.

Ora, capiamoci bene, non sto dicendo che tutto questo è avvenuto a causa del berlusconismo. Certo, Berlusconi, che è uno che conosce bene il meccanismo di dare al pubblico quello che vuole, tanto che sulla pubblicità ci ha edificato un impero, questo senso di irresponsabilità l’ha prima nutrito ed esaltato fino a farlo diventare una sorta di bene di consumo, qualcosa da desiderare, da avere a tutti i costi; quindi subito dopo l’ha cavalcato ed istituzionalizzato ponendolo come base del suo partito politico (ricordate gli sketch di Neri Marcorè e Corrado Guzzanti?) e portandolo in Parlamento e al governo. Ma non diamogli meriti che non ha: non è stato lui a fare gli italiani. Gli italiani erano già belli che fatti da molto prima. Ed erano fatti proprio così, cioè male. Alla faccia di D’Azeglio.

Ecco, quello che le ultime elezioni hanno certificato, semmai ce ne fosse stato ancora il bisogno, è esattamente quello che siamo, e cioè un paese pieno di irresponsabili. E il fatto che ci sia in giro anche gente responsabile, magari molta di più di quanto si creda, non cambia le cose. Rimaniamo comunque un paese pieno di irresponsabili. Di gente che vuole continuare a mangiare caramelle fino a scoppiare, no, di più, che continua a mangiarne anche se è già scoppiata, ma guai a dirgli che forse è l’ora di finirla. Questo siamo. Questo siamo sempre stati. Lo si sapeva. Ultimamente, forse indotti dalle rappresentazioni dipinteci da buona parte dell’informazione, e rivelatesi poi colpevolmente parziali, distorte e miopi, rappresentazioni cui però abbiamo subito creduto in tanti perché c’era un disperato bisogno di farlo – ricordate? Scegliamo sempre di ascoltare la persona che dice ciò che ci fa più comodo – si era cominciato a credere di stare cambiando. Ma ci si è sbagliati. Siamo ancora un paese di irresponsabili. E magari lo rimarremmo per sempre, perché diventare responsabili è difficile, se non impossibile, ammesso poi che lo si voglia fare veramente (oh no, eccolo che ricomincia con la storia delle palline). Insomma, quasi che alla fine era meglio essere un paese di destra.

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