Affinità e divergenze tra Adele e Lana Del Rey

Ho sempre considerato Adele e Lana Del Rey l’una la copia rovesciata dell’altra. Entrambe giovani, brave, seppur in modo diverso, dalla personalità affascinante e per niente trattenute nel mostrarsi, nel mettersi a nudo, difronte al proprio pubblico, tanto nei testi autobiografici – o spacciati per tali – delle loro canzoni, quanto nell’immagine forte restituita dai rispettivi personaggi. Così simili, quindi, eppure così diverse, e, soprattutto, dai percorsi artistici diametralmente opposti. Perché se Adele non è mai stata attaccata, messa alla gogna, per aver cercato il successo, peraltro trovandolo eccome, alla Del Rey questo non è mai stato perdonato. Eppure, in un mondo come quello del pop in cui il pacchetto conta perlomeno quanto quello che ci sta dentro, la bella Elizabeth Woolridge Grant, suo vero nome, non appare certo più costruita, o meno mediaticamente spendibile, della sua antagonista londinese. Semplicemente, le due si rifanno, incarnandoli, a modelli molto distanti tra loro: la vamp nichilista Lana, all’apparenza tutta droghe e tutuaggi, ma che non disdegna affatto neanche feste in piscina a base di champagne e videoarte, contro la ragazza sensibile Adele, che fatica a trovare l’amore perché grassottella, ma comunque sempre capace di batterti in una gara di pinte al bar. Ma c’è dell’altro.

Perché se Adele rappresenta l’artista indie, nel senso letterale del termine, che è quello di indipendente, com’è la sua etichetta discografica – quella XL Recordings che licenzia pure i dischi di Jack White, The xx, Sigur Rós, Vampire Weekend e qualsiasi cosa in cui metta mano Thom Yorke – più pop, sempre in senso letterale, che è quello di popolare, per le masse, della storia, Lana Del Rey, al contrario, può essere considerata a buon ragione la pop star più indie che si sia mai vista. E la differenza, alla fine, sta proprio qui: nei rispettivi punti di partenza e di arrivo. L’inglese, passando se vogliamo dal micro al macro, dall’underground al mainstream, non ha trovato nessuno alla fine del tunnel a rinfacciarle il suo essere estranea, anzi: tanti irriducibili – quelli che se vendi più di tre copie allora sei diventato commerciale – guidati dalla sua voce, l’hanno seguita nello stesso percorso, tornando così a vedere la luce, abbagliante, dello showbiz. La statunitense, invece, non ha avuto la stessa buona accoglienza una volta messo piede in territorio indiegeno, vista più come un’infiltrata, un cavallo di Troia mandato dalle majors – la Polydor, a dispetto del suo glorioso passato, è oggi una controllata della Universal – alla conquista anche di quell’unica fetta di mercato loro preclusa.

Le reazioni schizofreniche al suo personaggio misurano bene tutto questo: da un lato H&M, la griffe hipster per eccellenza, che tenta di sfruttarne la breccia facendola diventare sua testimonial – con quel celebre spot-omaggio a David Lynch – dall’altro Pitchfork che, come baluardo a difesa proprio del mondo hipster, tenta di fermarla sulla soglia stroncandone brutalmente il disco – ricordate? “it’s the album equivalent of a faked orgasm”. Inutile sottolineare quanto tutto questo sia insensato, perché, come mi era già capitato di dire, nel pop non sono importanti le categorie del vero/falso o del naturale/costruito. Nel pop, come in tanti altri ambiti della vita, le uniche categoria che contano, alla fine, sono quelle del fatto bene o fatto male. Agli artisti non chiediamo di essere veri: per quello abbiamo già la nostra monotona quotidianità, e ci basta. A loro, piuttosto, chiediamo di essere bravi nel saperci distrarre proprio da quella quotidianità. Quindi, la domanda da porsi è: è il pop di Lana Del Rey fatto bene come quello di Adele? Beh, ognuno qui è legittimato a rispondere come vuole. Per me, ad esempio, la risposta è sì: Lana Del Rey, a fare quello che fa, è brava tanto quanto Adele.

Una prova? L’altro ieri (che poi è il motivo per cui mi sono messo a scrivere tutto questo pippone) è uscito al cinema Il Grande Gatsby, il film di Baz Luhrmann tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, dove, come in tutti i film di Luhrmann, è la colonna sonora la vera protagonista – con buona pace di Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan. Prodotta da Jay-Z, che ci ha infilato dentro anche un suo brano, comprende, tra gli altri, pezzi di Florence + The Machine, The xx, Bryan Ferry – chi meglio di lui quando si parla dei roaring twenties – e Gotye, più una serie di cover di lusso come quella di Back To Black della Winehouse eseguita da André 3000 e Beyoncé, la cui Crazy In Love è rifatta a sua volta da Emeli Sandé accompagnata dalla Bryan Ferry Orchestra, mentre quel mostro di Jack White ci infila dentro la sua personalissima versione di Love Is Blindness degli U2. Eppure, nonostante l’agguerritissima concorrenza, è proprio Young And Beautiful, il pezzo scritto da Lana appositamente per la pellicola, ad essere scelto come singolo promozionale. Qualcosa, insomma, di cui essere felici di poter mettere in curriculum.

La cosa divertente, però, è che anche qui il parallelismo a rovescio con Adele viene fin troppo facile. Perché, mentre la Del Rey prende parte ad una produzione hollywoodiana sì, ma pur sempre di Luhrmann, uno che fa film d’autore, quindi se vogliamo indie, Adele si ritrova invece a prestare la sua voce al theme di James Bond, serie che definire commerciale è poco, basata com’è interamente su azione, ragazze in bikini e auto sportive, non per forza in quest’ordine, da ormai cinquant’anni. Ma nessuno si è scandalizzato per questo, anzi, abbiamo tutti giustamente applaudito l’impresa della londinese, riuscita, nonostante i numerosi illustri precedenti, per la prima volta nella storia a far vincere un Oscar alla canzone di 007. Ecco, ci fosse una regia superiore con un briciolo di senso della giustizia, l’anno prossimo toccherebbe alla nostra cara Lizzy alzare la prestigiosa statuetta.

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