Il semipresidenzialismo spiegato bene (breve lezione di diritto costituzionale comparato for dummies)

Cominciamo sempre dalla fine, noi italiani. Come in questa storia del semipresidenzialismo e della revisione costituzionale. Questione molto di moda ultimamente e che, come per tutte le mode, nella maggior parte dei casi ho visto presentata con superficialità, a mo’ di televoto, di quelli che ti chiedono solo di premere un pulsante colorato sul telecomando e a posto così. Ovviamente le cose sono un po’ più complesse e meriterebbero di essere trattate di conseguenza. Quindi vediamo di fare un po’ d’ordine, che di bizzarrie al riguardo ne ho sentite diverse in questi giorni, e l’idea generale che mi sono fatto è che la maggior parte delle persone non sappia neanche di cosa si stia parlando, quando si parla di semipresidenzialismo; del resto, la maggior parte delle persone non sa mai di cosa si sta parlando.

Il modello semipresidenziale nasce in Francia nel 1958 per volontà del generale Charles de Gaulle, chiamato in fretta e furia, anni dopo il suo ritiro, a risolvere la crisi algerina che i governi dell’epoca erano stati incapaci di affrontare adeguatamente. De Gaulle torna, ma pretende – per farla semplice – che gli vengano attribuiti poteri molto forti per poter agire liberamente senza cadere vittima dell’immobilismo parlamentare. È così che de Gaulle viene prima eletto presidente del Consiglio, e successivamente, dopo aver lui stesso cambiato la Costituzione in maniera da attribuire grandi poteri all’esecutivo e in particolare al capo dello Stato (passaggio della Francia dalla Quarta alla Quinta Repubblica), diventa presidente della Repubblica. Ad eleggerlo in questa circostanza sono dei grandi elettori, perché è solo nel 1962 che de Gaulle introduce, con una riforma costituzionale illegittima poiché basata su referendum popolare, l’elezione diretta del presidente della Repubblica a suffragio universale così come la conosciamo oggi.

Ma come funziona il regime semipresidenziale in concreto? Contrariamente a quanto lasci intendere il suo nome, non si tratta di una forma più debole di presidenzialismo, ma semmai più forte. Negli Stati Uniti d’America infatti, Presidente e Congresso hanno poteri grossomodo equiparabili, tanto che l’uno può limitare quello dell’altro vicendevolmente. In Francia invece – unico paese semipresidenziale al mondo assieme ad alcune sue ex-colonie africane e alla Russia: tutti Stati su cui è lecito avanzare dubbi di democraticità, faccio notare – il presidente della Repubblica ha poteri ben maggiori di quelli dell’Assemblea Nazionale, poiché è lui che nomina il primo ministro e dà l’indirizzo di governo. Certo, il primo ministro è sempre vincolato dal rapporto di fiducia col Parlamento, ma quando viene meno questo, al Presidente basta sostituirlo con un altro, senza che ciò intacchi la continuità del suo governo. Il Parlamento infatti non può in alcun modo sfiduciare il presidente della Repubblica, mentre questo invece può sciogliere le Camere: insomma, è evidente lo sbilanciamento dei poteri in favore dell’esecutivo a danno del legislativo. La ratio di tutto ciò, ovviamente, è poter governare con forza e rapidità, bypassando gli stalli parlamentari che si vengono spesso a creare.

Questo almeno quello che dovrebbe essere il normale funzionamento del modello semipresidenziale, perché poi la Francia ha conosciuto momenti – pochi per la verità – in cui questo sistema è entrato in crisi. Il primo di questi si è verificato sotto la presidenza Mitterrand, quando le elezioni per l’Assemblea Nazionale – che non avvengono mai contemporaneamente a quelle per il presidente della Repubblica – avevano espresso una maggioranza di colore politico opposto al suo, dando luogo a quella che da allora viene definita “coabitazione”. In quella prima circostanza, che divenne poi prassi, Mitterrand decise di ridimensionare il proprio ruolo – sempre per farla molto semplice – sul modello dei capi di Stato delle altre repubbliche parlamentari, lasciando che primo ministro e azione di governo venissero espressi dal Parlamento. Quello della coabitazione è ovviamente un paradosso del modello semipresidenziale: una forma di governo pensata per dare grandi poteri all’esecutivo, costretta invece a funzionare come le tradizionali repubbliche parlamentari, dove vige l’equilibrio tra i poteri.

Ecco, si potrebbe già partire da qui per cominciare ad immaginare cosa comporterebbe per l’Italia passare ad un regime semipresidenziale. Del resto, in maniera speculare a quanto successo in Francia con la coabitazione, ci sono evidenti segnali che indicano come ci stiamo già muovendo in quella direzione. Penso al comportamento e alle misure che ha dovuto adottare il Presidente Napolitano negli ultimi anni, prima con l’esautorazione di Berlusconi e la successiva creazione del governo Monti, e ora con la guida decisamente rigida che ha imposto al governo Letta in cambio della ripetizione del proprio mandato al Quirinale. Un Presidente, quindi, che ha in mano l’esecutivo, e che per questo ha fatto giustamente parlare gli scienziati politici di “presidenzialismo di fatto”. E le cose stanno oggettivamente così, ed è difficile vederle in altro modo, considerando anche l’immobilità parlamentare che ci ha regalato l’ultima tornata elettorale, e che, è sempre bene ricordarlo, sarebbe stata ancora più netta senza il “porcellum” – il Pd non avrebbe infatti avuto diritto a quel generoso premio di maggioranza, e il Parlamento sarebbe stato diviso perfettamente in tre, proprio come il resto del Paese.

Tuttavia, se l’esecutivo in mano a Napolitano che s’è venuto a creare sembra una cosa non pericolosa, se non addirittura auspicabile, bisogna anche pensare che domani questo potere e questa responsabilità saranno nelle mani di qualcun altro. «Da un grande potere derivano grandi responsabilità», diceva lo zio Ben, e questo ci porta alla prima, fondamentale, considerazione: esistono in questo momento personalità politiche responsabili a tal punto da meritare un tale potere? Guardatevi intorno, guardate chi siede in Parlamento o nelle amministrazioni locali, guardate chi sono i leader dei vari partiti, e rispondente, perché è tra questi che vi sarà chiesto di scegliere il nostro Presidente. Ne votereste qualcuno? Io credo, e voglio sperare, di no. Del resto, sull’incompetenza e la pochezza della maggior parte della classe politica siamo tutti d’accordo da tempo – che tutto sommato riflettano l’incompetenza e la pochezza della maggior parte degli italiani ne abbiamo già parlato diverse volte e non vale la pena tornarci ora.

Ma, e qui arriviamo alla seconda importante considerazione, poniamo per un attimo di averne qualcuno, di candidato adatto: a quel punto li voteremmo? Perché noi siamo sempre quelli dei plebisciti a Mussolini, di vent’anni di berlusconismo e dell’exploit di Grillo. Formiamo gran parte delle nostre opinioni politiche in maniera superficiale, attraverso la televisione, e la nostra è una delle televisioni che tratta con maggiore superficialità gli approfondimenti politici. Scegliamo sempre sulla base della difesa del nostro piccolo interesse particolare, a scapito invece del più grande interesse generale da cui trarremmo un maggior beneficio anche noi. Ci piace il leader forte, carismatico, d’immagine più che di sostanza, e se c’è una cosa su cui tutti gli scienziati politici concordano riguardo al semipresidenzialismo è il suo personificare completamente la sfida politica, far prevalere il giudizio sugli uomini piuttosto che sulle idee e sui i programmi. Il sogno, meno bagnato degli altri, di Berlusconi che diventa finalmente realtà. Insomma, non credo il nostro sia l’elettorato più adatto per un sistema semipresidenziale: faccio già fatica a pensarlo adatto ad un regime democratico, figurarsi.

Ora, non fraintendetemi: non sono certo tra quelli che pensano la Costituzione vada lasciata così com’è. Perché magari sarà pur vero, come dice qualcuno, che la nostra sia la più bella del mondo, ma di sicuro è anche una delle meno funzionali. La prova, insomma, che noi italiani preferiamo da sempre concentrarci sulle parole, invece che sui fatti – d’altronde siamo cattolici, e non possiamo farci niente. E lo so che in sede costituente la paura di un ritorno al fascismo prevalse su qualsiasi altro tipo di considerazione, ma adesso tutti quei paracaduti pensati allora ci rallentano come una zavorra. Così Eric Jozsef su Internazionale ha buon gioco ad elencare le contraddizioni e le debolezze della nostra carta fondamentale. Perché la macchina amministrativa italiana non funziona, e non funziona non solo per l’incapacità di chi la guida, ma perché ha un motore vecchio e scadente. Un motore che deve per forza essere messo a posto, e lo sappiamo tutti, tanto che ne discutiamo da anni, ma la domanda che mi faccio è: bisogna per forza partire dal semipresidenzialismo? In fondo, come fa notare anche Jozsef nel suo articolo, in Germania il Parlamento ha un ruolo centrale, e questo non le impedisce di essere efficiente; semmai tutt’altro.

Voglio dire, ci piacciono le elezioni dirette? Beh, si potrebbe partire con una riforma elettorale che introduca i collegi uninominali per le elezioni parlamentari, magari con l’obbligo di residenza nel collegio del candidato, e fissare un numero di collegi non troppo alto. Avremmo così riduzione del numero dei parlamentari e rappresentanza diretta in un sol colpo. Siamo stanchi della lentezza del procedimento legislativo, che porta tra l’altro i governi ad abusare dello strumento del decreto legge – il governo Monti, in proporzione alla sua durata, ne ha usati molti di più dell’ultimo Berlusconi – e blocca ogni tentativo riformista? E allora cambiamo quello. Aumentiamo il potere delle commissioni parlamentari e aboliamo il bicameralismo perfetto, facendo del Senato una Camera delle Regioni. Sarebbe già una revisione costituzionale non da poco, e oltre a velocizzare i lavori parlamentari porterebbe finalmente alla realizzazione di quel federalismo che in tanti sembrano invocare, almeno a parole, da tempo. Insomma, di cose da fare, a volerlo, ce ne sarebbero, ma noi, come si diceva in apertura, preferiamo cominciare sempre dalla fine, da ciò che non risolve i problemi, ma si limita a nasconderli: la solita storia della polvere sotto al tappeto, niente di nuovo.

D’altro canto, lasciatemelo dire prima di concludere, credo sia lecito avanzare qualche perplessità sul fatto che a introdurre riforme costituzionali così delicate sia questo Parlamento e questa maggioranza, che se da un lato esprimono un forte rinnovamento – il più giovane della storia e con un partito nuovo dal peso notevole – dall’altro rimandano ad un passato che credevamo, a torto, ormai archiviato – Letta e Alfano, così come altri che siedono accanto a loro, rappresentano la più grande reincarnazione democristiana che si sia mai verificata in Italia negli ultimi decenni. Inoltre, perdonatemi se insisto ancora su questo punto, nessuna regola formale, per quanto funzionale e ben articolata, potrà mai assicurare un rinnovamento vero di questo Paese, se prima non cambiano noi, il modo in cui pensiamo la politica e il nostro rapporto con essa. Perché non esistono regimi democratici perfetti, replicabili ovunque con gli stessi buoni risultati: esistono regimi democratici che funzionano, se si vuole che funzionino.

Annunci

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...