20 dischi scaccia crisi

Si dice che i contesti svantaggiati stimolino l’intelletto, la creatività, l’arte. Per questo l’Italia sforna da sempre artisti di ogni genere e menti geniali capaci di influenzare il mondo intero, mentre della neutrale Svizzera non che si ricordi un nome che sia uno. Poco male, diranno quelli di voi che farebbero volentieri a cambio: a loro il nostro Rinascimento e a noi i loro caveau pieni di soldi; ma tant’è. Questo per dire che comunque c’è sempre del buono nei momenti difficili: basta solo saperlo cogliere, proprio come accaduto negli ultimi sei mesi. Perché se da un lato la crisi ha senz’altro svuotato parecchio i nostri portafogli, dall’altro ci ha regalato pure parecchie opere niente male. E infatti quelli che seguono, in ordine di uscita per non fare torto a nessuno, sono 20 album eccezionali, ognuno a suo modo (alcuni hanno avuto un risalto tale che non dovremmo stare neanche a parlarne, altri invece segnano dei ritorni storici, e altri ancora sono chicche per impallinati come me); di quelli che in un anno di solito se ne contano sulle dita di una mano, a essere fortunati. E invece quest’anno ce li hanno sparati addosso uno dietro l’altro senza alcuna pietà. E non sembra finita qui visto che ci sono in programma pure diverse altre uscite notevoli, da qui fino a Natale (quelle di Volcano Choir, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, Nine Inch Nails, Jay-Z, David Lynch, per fare un po’ di nomi). Quindi restate in casa, che tanto un lavoro non ce l’avete, e fate partire Spotify: vedrete che questa crisi comincerà quasi a piacervi.

Local Natives: Hummingbird
Quando tre anni fa pubblicarono il loro primo disco, Gorilla Manor, un piccolo gioiello, neanche loro si aspettavano di ricevere tanti apprezzamenti, e di arrivare a un pubblico di gran lunga più vasto rispetto alle nicchie alternative cui erano abituati. Magari è stato anche per questo che hanno deciso di sparire dalle scene per tre anni, senza più dare alcuna notizia di sé. Poi è successo che all’inizio di quest’anno sono tornati con un nuovo, inaspettato album che, fortunatamente, è bello come il precedente.

Baustelle: Fantasma
È senza dubbio il disco italiano dell’anno, e forse tra i più importanti della decade per complessità e ambizione (come si era detto pure un paio di anni fa per Wow dei Verdena). Un concept album, di quelli che sapeva fare De André, orchestrato e cantato come faceva lui (impressionante la somiglianza di voce raggiunta qui da Bianconi), sul tema della morte, sulla dannazione dell’uomo e sul suo rapporto con dio. Un’opera colossale.

My Bloody Valentine: m b v
Sono passati 22 anni dalla pubblicazione di Loveless, disco manifesto del genere shoegaze tutto, ed è da allora che si vocifera di un nuovo disco di Kevin Shields e soci. Voci che, dopo 22 anni, hanno finalmente trovato concretezza con questo nuovo lavoro, su cui in effetti avevano già cominciato a lavorare 15 anni fa. E ascoltarlo ora, che il tempo è andato avanti, e con esso anche le mode musicali, fa un effetto strano.

Nick Cave & The Bad Seeds: Push The Sky Away
Stiamo parlando del quindicesimo disco di uno degli artisti (chiamarlo cantante sarebbe piuttosto riduttivo) più geniali dell’ultimo secolo, qui ancora accompagnato da Warren Ellis e dagli altri “semi cattivi”. Un’opera sontuosa e minimale allo stesso tempo, disturbante eppure affascinante, e soprattutto sempre elegante, come solo Nick Cave sa essere.

Atoms For Peace: Amok
In principio doveva trattarsi solo del seguito di The Eraser nella discografia solista di Thom Yorke (“Atoms For Peace” è infatti il titolo di una canzone di quel magnifico disco). Poi è finita che il leader dei Radiohead si è trovato talmente bene a suonare con Nigel Godrich, Flea e gli altri che ha deciso di farla diventare una band vera e propria. Questo è il loro primo lavoro: Jonny Greenwood e compagnia bella sono avvertiti.

David Bowie: The Next Day
Con quella copertina che riprende Heroes uno era già pronto ad aspettarsi l’ennesima compilation di b-sides e outtakes buona solo per quelle operazioni commerciali di cattivo gusto cui ogni tanto si prestano vecchie glorie del pop. E invece no, si tratta di un disco nuovo a tutti gli effetti, e quel che più conta, di un gran bel disco. Perché, anche se è passato tanto tempo, Mr Jones sa ancora come si fa meglio di chiunque altro.

Justin Timberlake: The 20/20 Experience
Possibile rifarsi una carriera come artista rispettabile, maturo e completo, dopo essere partito dal Mickey Mouse Club, aver fatto parte di una boy band, nell’epoca d’oro delle boy band, ed essere stato l’oggetto del desiderio praticamente di tutte le teenager del globo? Beh, Justin Timberlake sembra esserci riuscito. Merito suo, certo, e del suo indiscutibile talento (che si tratti di cantare, ballare, recitare o prendere parte al Saturday Night Live non fa differenza), ma anche di Jay-Z e Timbaland.

The Strokes: Comedown Machine
Beh no, in effetti questo non è un gran disco, e se sta in classifica è più che altro come riconoscimento alla carriera. È che sono fan, e ogni loro lavoro mi riporta a quand’ero molto più giovane di adesso. Poi vi dirò, a vedere con quanta convinzione persistono nel fare le loro solite cose, pur consapevoli che i gusti delle persone ormai sono cambiati, e che pure loro non sono più quelli di una volta (cosa apparsa evidente anche con il precedente Angles) meritano comunque stima. Certo non è mai un buon segno quando sulla copertina di un album il nome dell’etichetta discografica è più grande del tuo.

The Flaming Lips: The Terror
Di questo lavoro vi avevo già parlato di sfuggita in un’altra occasione; non che ci sia molto altro da aggiungere. Trattasi di un’opera disturbata e disturbante, figlia della mente contorta di Wayne Coyne, che come sempre traduce in musica i suoi incubi e le sue fantasie, e riconoscere dove finiscano i primi e comincino le seconde sta diventando sempre più difficile.

The Knife: Shaking The Habitual
Se la sono presa comoda i fratelli Dreijer, ma alla fine sono tornati. Ad accoglierli però hanno trovato un panorama musicale completamente nuovo: un panorama che pure essi stessi hanno contribuito a costruire. Perché è anche grazie a loro che l’elettronica, genere una volta buono solo per pochi invasati, è diventata ormai una presenza fissa nelle classifiche di vendita di mezzo mondo. Ma anche se i pretendenti al trono non mancano (vedi certi Disclosure), la scettro è ancoro saldo nelle loro mani.

James Blake: Overgrown
Il suo omonimo disco di debutto stupì un po’ tutti un paio di anni fa, proiettandolo dalla sua cameretta direttamente sui palchi dei maggiori festival estivi. Ora torna, dichiarandosi “troppo cresciuto”, con un’opera meno elettronica e più soul della precedente. Dubstep suonata così non l’avete mai sentita. Struggente.

Kurt Vile: Wakin On A Pretty Daze
Pubblicare cinque album in cinque anni è una cosa difficile già di per sé. Farli tutti belli è quasi impossibile. Eppure Kurt Vile, considerato il figlio illegittimo di Neil Young e Bruce Springsteen, c’è riuscito eccome. Quindi il mio consiglio è di partire con questo suo ultimo, ottimo lavoro, e andare poi alla scoperta pure dei precedenti: non ve ne pentirete.

Deerhunter: Monomania
Che siano in gruppo, come in questo caso, o coi loro progetti solisti (Atlas Sound e Lotus Plaza) non fa differenza: quella di Bradford Cox e Lockett Pundt, così sgangherata, cacofonica e schizofrenica, risulta sempre essere la musica più contemporanea di tutte. Un copia-incolla di generi e influenze, un mush-up di elementi diversi, il caos primordiale un attimo prima di farsi vita.

Vampire Weekend: Modern Vampires Of The City
Sono loro, che mischiano ritmi tribali e atmosfere alt rock, gli unici capaci di mettere d’accordo hipster tutti pose e vestiti H&M e i loro provinciali cugini campagnoli: in pratica chi detta le mode, chi le segue, e chi non sa neanche di cosa si stia parlando. Una delle poche band che forse, tra tanti anni, ascolteranno pure i vostri nipoti, quando farete un figurone tirando fuori i vinili originali. E in questo terzo lavoro sembrano pure essere diventati più maturi e riflessivi.

Various Artists: After Dark 2
Come tanti, ho cominciato a conoscere il lavoro di Johnny Jewell dopo aver visto Drive, il film di Nicolas Winding Refn con protagonista Ryan Gosling, dove firmava appena un paio di pezzi della colonna sonora (l’unica cosa positiva di quel film). E da lì mi si è aperto un mondo: quello della Italians Do It Better, la sua etichetta con la quale pubblica i lavori delle sue tante incarnazioni musicali (Chromatics, Desire, Glass Candy, Symmetry). Se volete entrarci dentro anche voi, non c’è niente di meglio di questa compilation.

The National: Trouble Will Find Mind
Uno si aspetta sempre che prima o poi facciano un disco brutto, e invece niente: ogni volta alzano ancora l’asticella della qualità. Perché sono dei gran lavoratori, questi ormai non più giovanissimi ragazzi dell’Ohio. Dei manovali dell’indie rock, artigiani che lavorano ad ogni singolo pezzo fino a renderlo perfetto. E il risultato sono opere uniche come questa.

Daft Punk: Random Access Memories
Inutile girarci intorno: è il disco dell’anno, quello di cui tutti parlano e sul quale sono state scritte più cose. E non tanto per quel tormentone che è Get Lucky, o per la quantità di collaborazioni illustri che conta (tra gli altri: Pharrell Williams, Julian Casablancas, Panda Bear, Nile Rodgers e Giorgio “my name is Giovanni Giorgio” Moroder), ma perché è una presa di posizione filosofica riguardo al vivere contemporaneo: basta col digitale (è il primo album del duo registrato con strumenti veri) e viva l’analogico (quello per cui meglio gli spot tv e i cartelloni pubblicitari che i banner sui siti internet). Insomma, un ritorno al futuro.

Black Sabbath: 13
Va bene, manca sempre Bill Ward alla batteria, ma gli altri della formazione originale ci sono tutti: Tony Iommi, Geezer Butler e ovviamente Ozzy Osbourne. E difatti chi conosce abbastanza la storia e la musica dei Black Sabbath parla di questo disco come di quello che più si avvicina ai primi lavori della loro sterminata discografia, quelli che hanno concorso alla nascita del genere heavy metal. E poco importa se il merito sia in gran parte del produttore superstar Rick Rubin.

Sigur Rós: Kveikur
Pochi altri sanno trasmettere tanta carica emotiva con la musica come gli islandesi, ultimamente investiti pure di una certa prolificità (Valtari era appena dell’anno scorso). E anche in quest’occasione, dove sembrano aver abbandonare le classiche atmosfere oniriche e sognanti per farsi un po’ più angoscianti, inquieti e pesanti, alla fine si ha comunque l’impressione di essere presi per mano e accompagnati dentro una favola. Ovviamente a lieto fine.

Kanye West: Yeezus
Difficile trovare qualcuno con un ego più grande del suo oggi, e non solo nel mondo dell’hip hop, che pure di ego smisurati ne conta diversi. Del resto, quando tutti i tuoi dischi diventano di “platino” (compreso l’ultimo My Beautiful Dark Twisted Fantasy, unico album cui Pitchfork abbia mai concesso un 10 tondo che io ricordi), poi ne fai un altro colossale a quattro mani con Jay-Z, prendi a frequentare Barack Obama e Vanessa Beecroft, e più in generale tutto quello che tocchi lo vedi tramutarsi in oro (che sia una canzone, un film o una linea d’abbigliamento non importa), difficile non credersi onnipotente. E allora, invece che pensarti più famoso di Gesù come i Beatles, può anche saltarti in testa di rubargli direttamente il nome.

Non ce l’hanno fatta ad entrare in classifica, ma meritano comunque una citazione pure i lavori di Foxygen, Phosphorescent, The Postal Service, Mikal Cronin, Savages, Boards Of Canada, Deep Purple e degli italiani Dumbo Gets Mad. Eh sì, sarà dura quest’anno stillare la classica classifica di fine anno.

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2 thoughts on “20 dischi scaccia crisi

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