Sympathy for the devil

Spiace un po’ per Papa Francesco, che pure ne ha radunata di gente nella spiaggia di Copacabana, ma qui abbiamo sempre preferito mostrare una certa comprensione per il demonio (e tanti auguri a Mick Jagger che ieri ne ha fatti 70).

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Un infelice e sostanzialmente stupido desiderio

Citazione

«Lascio che sia mia zia a parlare con i miei. Sostengo, però, una strana e insoddisfacente conversazione telefonica con mio fratello maggiore, che fa l’oculista a Dayton. Fuma la pipa e si chiama Leonard. Leonard è di gran lunga quello che meno preferisco fra i miei parenti e non ho la più pallida idea del perché una sera io lo chiami, molto tardi, a carico suo, e gli faccia un resoconto convoluto e scrupolosamente obiettivo di tutta la vicenda. Finiamo per litigare. Leonard sostiene che sono proprio come nostra madre e soffro di un infelice e sostanzialmente stupido desiderio di essere perfetto; io dico che questo non ha nulla di costruttivo a che fare con quello che ho detto, e oltretutto non vedo che cosa ci sia di male nel desiderare di essere perfetti, dato che essere perfetti sarebbe… be’, perfetto. Leonard mi invita a considerare quanto sarebbe noioso essere perfetti. Io mi inchino alla sua vasta e sudata conoscenza in fatto di essere noiosi, ma gli faccio notare che, dato che essere noiosi è un’imperfezione, sarebbe per definizione impossibile che una persona perfetta fosse noiosa. Leonard dice che mi è sempre piaciuto giocare con le parole per girare intorno al vero significato delle cose: il che conduce con un rigore addirittura sospetto alle mie intuizioni sulla morte imminente dell’enunciato lessicale, e mi lascio andare per diversi minuti, temo, prima di accorgermi che uno di noi ha interrotto la connessione. Maledico la pipa di Leonard, e sua moglie che ha la faccia come una cotica di maiale».

[David Foster Wallace, La Ragazza Dai Capelli Strani, Minimum Fax, Roma 2011, p. 223]

La responsabilità è come il cielo

Citazione

Ascoltammo in silenzio, malconci, le canzoni e i ritornelli e gli slogan e il flap flap degli elicotteri dei servizi di sicurezza e lo sferragliare delle lattine di birra. Passarono diversi minuti nel debole chiarore del falò. Chiesi a Lyndon se dormiva.
«No che non dormo», disse.
«Allora mi può dire che sensazione dà, presidente?»
Un silenzio di slogan lontani. Lyndon si infilò un dito nel naso, in profondità, con gli occhi chiusi e la testa rivolta all’insù.
«Che sensazione dà cosa?»
Mi schiarii la gola. «Intendevo avere una responsabilità, come stava dicendo lei prima. Essere responsabili degli altri. Che sensazione dà?»
Lui ridacchiò o forse ansimò, emettendo un suono basso, quasi inaudibile, dai recessi della poltrona da dirigente reclinata. Io fissai il suo profilo, il sogno di ogni caricaturista.
«Tu e il mio uccellino», disse. «Che mi prenda un colpo, tu e il mio uccellino gli fate sempre le stesse domande a Lyndon Johnson, figliolo. È proprio strano». Si tirò su per guardare dritto verso il mio pezzetto di oscurità. «Gliel’ho spiegato al mio uccellino giusto la settimana scorsa che la responsabilità, come dire, non c’entra niente con una sensazione», disse sottovoce.
«Cioè, non si sente che sensazione dà? La responsabilità rende insensibili?»
Lui si somministrò dello spray, giocherellò con la catenella contro la luce fioca della finestra.
«Ho detto al mio uccellino che la responsabilità è come il cielo, ragazzo. Così le ho detto. Tu cosa mi rispondi se ti vengo a chiedere che sensazione ti dà il cielo? Il cielo non è una sensazione, ragazzo mio».
Tossimmo tutti e due.
Puntò un dito verso l’alto, vagamente in direzione delle corna, annuendo come di fronte a qualcosa che conosceva bene. «Ma sta lì, amico mio. Il cielo sta lì. Ti sta sopra la zucca ogni cazzo di giorno che Dio manda in terra. Puoi andare dove ti pare e piace, ragazzo, ma se alzi gli occhi, in cima a ogni altra dannatissima cosa c’è lui. E il giorno in cui non ci sarà più cielo…»
Strizzò e manipolò la boccetta per cavarne fuori gli ultimi rimasugli di spray. Il suono fu impressionante. Ben presto dovetti aiutare Lyndon ad avvicinarsi di nuovo al cestino dei rifiuti pieno di urina. Restammo fermi lì, insieme, sul pavimento di marmo bianco dell’ufficio dei presidenti.

[David Foster Wallace, La Ragazza Dai Capelli Strani, Minimum Fax, Roma 2011, p. 146]

Vampire Weekend: “Modern Vampires Of The City” [2013; XL Recordings]

C’è un momento, nelle vite di tutti noi, in cui si diventa, chi prima, chi poi, inevitabilmente adulti. Per i musicisti questo momento coincide, da sempre, con il fatidico terzo disco, e Modern Vampires Of The City, ultimo lavoro dei Vampire Weekend, non fa certo eccezione. Difficile dire se i quattro di New York sentissero il peso di questa maturità artistica da dimostrare, o anche solo se ne fossero consapevoli, in fase compositiva. Eppure, che l’album sia più riflessivo, in un certo senso serio se si pensa alla spensieratezza dei precedenti, si sente eccome già dal primo ascolto. Del resto, che la musica qui sia cambiata, lo si intuisce immediatamente già con l’iniziale Obvious Bicycle, musicalmente minimale come anche più avanti lo saranno Hanna Hunt e Hudson.
Certo, non che i nostri vampiri preferiti abbiano voluto rinnegare lo stile che li ha resi celebri negli ultimi anni: una miscela pericolosamente instabile, non fosse per le dosi perfette, in cui ritmicità tribali si legano a schitarrate alt rock, organetti barocchi e alla voce bianca del cantante Ezra Koenig. Unbelievers e Finger Back, dove sembra di risentire i loro vecchi cavalli di battaglia – quelle A-Punk e Cousins che rimarranno per sempre impresse nella nostra memoria – sono in questo senso un’evidente prova di continuità. Tuttavia, complessivamente, si coglie una certa quiete, la stessa che ti prende quando ti guardi indietro, magari anche con un po’ di nostalgia, e capisci che ti trovi proprio al punto in cui volevi essere. E dev’essere proprio una gran bella sensazione, dove la frenesia lascia il posto all’equilibrio, la foga alla calma, ma senza che questo significhi dover rinunciare per forza alla consueta vitalità.
Sarà magari anche per questo che alla fine il disco scorre via liscio, lineare, senza grandi picchi e brani memorabili, seppure Diane Young, Everlasting Arms e il tormentone Ya Hey si facciano apprezzare più degli altri. Un’attenzione per il tutto, per l’unità e l’armonia indice, appunto, di maturità. E certo, i Vampire Weekend sono ancora, e forse lo rimarranno per sempre, gli alfieri di una cultura fighetta e autoreferenziale, “indie” direbbe qualcuno, ma l’impressione è che con questo lavoro si siano voluti sfilare un po’ i panni dei soliti studenti eccentrici che vanno alla Columbia. Insomma, come si diceva all’inizio, c’è un momento, nelle vite di tutti noi, in cui si diventa adulti: i Vampire Weekend lo sono diventati con questo disco.

[Pubblicato su «Urlo», numero 202, giugno 2013]

Guardati dall’irrazionale

Citazione

Guardati dall’irrazionale, per quanto seduttivo. Sta’ all’erta di fronte al «trascendente» e a tutti coloro che ti invitano ad assoggettarti o ad annullarti. Diffida della compassione; preferisci la dignità per te e per gli altri. Non aver paura di essere considerato arrogante o egoista. Immaginati tutti gli esperti come dei mammiferi. Non essere mai spettatore dell’ingiustizia o della stupidità. Cerca la discussione e la disputa per il piacere che ti dànno; la tomba ti offrirà un sacco di tempo per tacere. Sospetta delle tue stesse ragioni, e di qualsiasi scusa. Non vivere per gli altri più di quanto ti puoi attendere che gli altri vivano per te.

[Christopher Hitchens, Consigli A Un Giovane Ribelle, Einaudi, Torino 2008, p. 116]