La responsabilità è come il cielo

Ascoltammo in silenzio, malconci, le canzoni e i ritornelli e gli slogan e il flap flap degli elicotteri dei servizi di sicurezza e lo sferragliare delle lattine di birra. Passarono diversi minuti nel debole chiarore del falò. Chiesi a Lyndon se dormiva.
«No che non dormo», disse.
«Allora mi può dire che sensazione dà, presidente?»
Un silenzio di slogan lontani. Lyndon si infilò un dito nel naso, in profondità, con gli occhi chiusi e la testa rivolta all’insù.
«Che sensazione dà cosa?»
Mi schiarii la gola. «Intendevo avere una responsabilità, come stava dicendo lei prima. Essere responsabili degli altri. Che sensazione dà?»
Lui ridacchiò o forse ansimò, emettendo un suono basso, quasi inaudibile, dai recessi della poltrona da dirigente reclinata. Io fissai il suo profilo, il sogno di ogni caricaturista.
«Tu e il mio uccellino», disse. «Che mi prenda un colpo, tu e il mio uccellino gli fate sempre le stesse domande a Lyndon Johnson, figliolo. È proprio strano». Si tirò su per guardare dritto verso il mio pezzetto di oscurità. «Gliel’ho spiegato al mio uccellino giusto la settimana scorsa che la responsabilità, come dire, non c’entra niente con una sensazione», disse sottovoce.
«Cioè, non si sente che sensazione dà? La responsabilità rende insensibili?»
Lui si somministrò dello spray, giocherellò con la catenella contro la luce fioca della finestra.
«Ho detto al mio uccellino che la responsabilità è come il cielo, ragazzo. Così le ho detto. Tu cosa mi rispondi se ti vengo a chiedere che sensazione ti dà il cielo? Il cielo non è una sensazione, ragazzo mio».
Tossimmo tutti e due.
Puntò un dito verso l’alto, vagamente in direzione delle corna, annuendo come di fronte a qualcosa che conosceva bene. «Ma sta lì, amico mio. Il cielo sta lì. Ti sta sopra la zucca ogni cazzo di giorno che Dio manda in terra. Puoi andare dove ti pare e piace, ragazzo, ma se alzi gli occhi, in cima a ogni altra dannatissima cosa c’è lui. E il giorno in cui non ci sarà più cielo…»
Strizzò e manipolò la boccetta per cavarne fuori gli ultimi rimasugli di spray. Il suono fu impressionante. Ben presto dovetti aiutare Lyndon ad avvicinarsi di nuovo al cestino dei rifiuti pieno di urina. Restammo fermi lì, insieme, sul pavimento di marmo bianco dell’ufficio dei presidenti.

[David Foster Wallace, La Ragazza Dai Capelli Strani, Minimum Fax, Roma 2011, p. 146]

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