Heart-Shaped (deluxe) Box

A settembre saranno vent’anni esatti dall’uscita di In Utero, terzo ed ultimo album in studio dei Nirvana, quello in cui Kurt Cobain e soci vollero provare ad allontanarsi dalle sonorità di Nevermind, che due anni prima li aveva fatti diventare appunto i Nirvana, e che per questo chiamarono Steve Albini ad occuparsi di mixer e microfoni, al posto di Butch Vig. E come successo due anni fa per il ventennale proprio di Nevermind, sono già pronte ricche ristampe e celebrazioni varie per festeggiare la ricorrenza. Una di queste riguarda lo storico, iconico video di Heart-Shaped Box, da qualche giorno disponibile online nella sua versione “director’s cut”, ovvero quella pensata da quel figo di Anton Corbijn, che lo diresse. Dal canto suo invece la Sub Pop ha pubblicato sul suo Tumblr la copia originale del contratto da 600 dollari con cui arruolarono i Nirvana nel 1989. Poi loro passarono alla Geffen, e il resto della storia lo conoscete.

La televisione è la nuova letteratura

Ce lo diciamo ormai da qualche anno, noi pseudo-intellettuali con la spocchia, pronti a scrivere chilometrici saggi sociologici su qualsiasi piccolo nuovo fenomeno culturale. Ora però arriva IL a metterlo nero su bianco sul nuovo numero che esce domani in edicola (con Il Sole 24 Ore), e la cosa non può che farci piacere. Che oltretutto l’autunno è alle porte, e potete già cominciare a tirare fuori il plaid.

[immagine Camillo]

Soon we will know

Non è che possa dirmi un grande fan di J. J. Abrams. Non ho mai visto una puntata di Lost, né Super 8, e neanche i suoi Star Trek e Mission: Impossible; però da ragazzino andavo matto per Alias. Ad ogni modo, adesso se ne è uscito fuori con questo trailer misterioso e tutti si chiedono a cosa si riferisca. Beh, presto lo scopriremo.

Storie epiche

Quando nel 2007 Joshuah Bearman consegnò a Wired il suo pezzo sulla storia di come la CIA riuscì a recuperare i sei diplomatici americani nascosti nell’ambasciata canadese di Teheran durante la crisi iraniana del ’79, dubito si rendesse conto che il suo lavoro avrebbe fruttato un giorno ben tre premi Oscar più un’altra infinità di titoli e nomination varie. E invece poi sono arrivati Ben Affleck, George Clooney e quelli della Warner Bros., e il risultato l’avete visto tutti al cinema l’anno scorso in Argo. Un destino simile potrebbe toccare pure a Joshua Davis, cui negli ultimi anni è capitato di raccontare, sempre su Wired, la storia del più grande furto di diamanti del mondo e quella sull’incredibile vita del creatore di anti-virus John McAfee, dal momento che la prima sta per essere portata al cinema da Paramount e J. J. Abrams, mentre la seconda è appena stata acquistata di nuovo dalla lungimirante – nonché ricca – Warner Bros.

Come racconta il New York Times, messi insieme, i due giornalisti contano circa una ventina di articoli opzionati da case cinematografiche e studi di produzione, che potrebbero un giorno essere trasformati in film. Abbastanza per far credere ai due che, nonostante l’aria che tira per la carta stampata, ci possa ancora essere un futuro per il giornalismo, specie per quello “lungo”: a Hollywood. Per questo hanno appena lanciato Epic Magazine, una piattaforma che raccoglie, pubblica – al momento gratuitamente – e presto commissionerà anche, grandi reportage, a patto che trattino di storie abbastanza interessanti da poter essere portate sul grande schermo: epiche, per l’appunto. “Visto che l’abbiamo fatto un mucchio di volte, di vendere articoli a case cinematografiche, possiamo mettere la nostra esperienza al servizio di altri”, devono essersi detti “i due Joshes”. E chiaro, il loro al momento è solo un esperimento, ma che potrebbe aprire le porte di un nuovo modello di business per chi scrive opere di nonfiction. Infondo, a vedere i precedenti illustri – un nome su tutti: Gomorra di Roberto Saviano – viene da chiedersi come mai non fosse ancora venuto in mente a nessuno di battere questa strada. Certo, quando Carl Bernstein e Bob Woodward buttavano giù la loro inchiesta sullo scandalo Watargate, non era certo perché speravano un giorno di vedersi interpretati al cinema da Dustin Hoffman e Robert Redford, ma tant’è; qui apprezziamo l’idea.

Lightning Bolt

A volte capita che le storie di chi racconta storie per mestiere – a parole o per immagini non ha importanza – siano migliori delle storie che devono raccontare. Tipo questa del fotografo Olivier Morin, che domenica sera era allo stadio Luzhniki di Mosca per documentare la finale dei 100 metri maschili dei mondiali di atletica leggera, e soprattutto la prevedibile vittoria di Usain Bolt, ed è finito invece per scattare la foto più importante della sua carriera. Una di quelle foto che diventano subito icone, andandosi ad imprimere nella storia dello sport e nella cultura popolare tutta. Il classico “colpo di fortuna”, insomma.

[foto AFP Correspondent Blog]

It can wait

Che siamo una specie destinata all’auto-estinzione dovremmo ormai averlo capito da tempo. Le prove del resto non mancano: inquinamento, surriscaldamento globale, cattiva distribuzione della ricchezza con conseguenti flussi migratori, guerre religiose e non. Poi ci sono pure segnali più piccoli ma che non lasciano alcuna possibilità d’equivoco, tipo il fatto che, se una volta ci tamponavamo perché distratti a guardare culi ai lati della strada, oggi invece facciamo incidenti mortali per mandare messaggini. Quindi sì, ci meritiamo tutto il peggio, e anche di più. Eppure c’è chi non si rassegna e continua a tentare di salvarci dal nostro inevitabile destino. Tipo quelli della compagnia telefonica americana AT&T che, insieme a qualche altro operatore, ha promosso la campagna pubblicitaria “It Can Wait”, dove provano a spiegare alle persone che forse è meglio guidare e mandare sms (in inglese driving and texting) in due momenti diversi. E siccome gli americani devono sempre fare le cose in grande, hanno chiamato nientemeno che Werner Herzog – che di stupidità umana se ne intende abbastanza – a girare un documentario. Il risultato sono i trenta minuti abbondanti di From One Second To The Next, che magari alla fine non ci salverà da noi stessi, ma vale comunque una visione. Spoiler: si piange parecchio.

Occasionalmente, scrivo abbastanza bene

Lettera di Kurt Vonnegut a John F. Kennedy

Dall’archivio della John F. Kennedy Presidential Library è saltata fuori questa lettera scritta nell’agosto del 1960 da Kurt Vonnegut, che non era ancora Kurt Vonnegut ma lo sarebbe diventato di lì a poco, a John F. Kennedy, che non era ancora presidente ma lo sarebbe diventato di lì a poco, in cui si offriva come volontario per la campagna presidenziale allora in corso. Da notare la modestia.

[via The Paris Review]

Dì qualcosa di sensato

Non c’è niente da fare, tra lavoro, studio, e qualche sana ora di sonno (no, di andare al mare proprio non se ne parla) rimango sempre indietro con le letture. Salvo quotidianamente un sacco di articoli e post nella libreria di Safari, consapevole però che la maggior parte di questi non verranno mai più riaperti. Non c’è niente da fare. Eppure ogni tanto, anche se a distanza di giorni, la lista che nel frattempo si è allungata ulteriormente, capita che ne rispolveri qualcuno. Uno di questi che mi è ricapitato sotto agli occhi oggi è stata l’intervista di Aldo Cazzullo a Francesco De Gregori pubblicata dal Corriere della Sera una settimana fa. Ricordo che al momento della sua pubblicazione per qualche ora su Twitter non s’era parlato d’altro, come sempre accade con interviste simili, quelle in cui vecchi pilastri della sinistra — o presunti tali — attaccano e demoliscono la sinistra attuale. Credo nelle redazioni abbiano un nome proprio per chiamare questo genere di pezzi, tipo “il fuoco amico comunista”, qualcosa del genere, con direttori che settimanalmente dànno mandato a qualche redattore di scriverne uno: «Ehi senti, mi serve un pezzo “fuoco amico comunista” per lunedì, senti se Guccini si lascia intervistare». Insomma, niente di eccezionale, all’apparenza, non fosse che in questa di De Gregori ho ritrovato un sacco di pensieri che sono anche i miei, che pure per motivi anagrafici non ce l’ho mai avuta una “mia sinistra” diversa da questa. Alcune di queste riflessioni — che toccano i temi più vari, da cosa voglia dire essere di sinistra oggi, al governo delle larghe intese, da Berlusconi a Ratzinger, passando per Renzi e Grillo — le ho volute mettere qua sotto, a mo’ di appunti, ché magari possono sempre tornare utili un domani. E quasi mi dispiace di conoscere così poco delle sue opere, di non essermelo mai andato a studiare per bene, come magari ho fatto per altri cantautori della sua generazione. Per fortuna che adesso c’è Spotify e posso velocemente porre rimedio a questa mia condizione d’ignoranza. Continua a leggere

That’s the Kindle, baby

Non sarà una rivoluzione copernicana, ma ci siamo vicini. Come avrete letto ovunque, ieri Jeff Bezos, papà di Amazon, ha comprato lo storico Washington Post, quello dello scandalo Watergate, dalla famiglia Graham, che lo controllava ormai da 80 anni. E anche se sia Bezos che Donald Graham si sono subito affrettati nel dichiarare che non cambierà nulla circa linea editoriale e posti di lavori, mi sembra ci siano comunque un paio di considerazioni interessanti da fare in merito. Continua a leggere