That’s the Kindle, baby

Non sarà una rivoluzione copernicana, ma ci siamo vicini. Come avrete letto ovunque, ieri Jeff Bezos, papà di Amazon, ha comprato lo storico Washington Post, quello dello scandalo Watergate, dalla famiglia Graham, che lo controllava ormai da 80 anni. E anche se sia Bezos che Donald Graham si sono subito affrettati nel dichiarare che non cambierà nulla circa linea editoriale e posti di lavori, mi sembra ci siano comunque un paio di considerazioni interessanti da fare in merito.

La prima riguarda quel volgare aspetto materiale delle nostre vite che sono i soldi, e che però ci torna utile qui per quantificare il valore di un giornale come il Washington Post oggi, al tempo dei social network. Jeff Bezos l’ha comprato per 250 milioni di dollari, che possono sembrare una bella cifra, ma rimangono comunque spiccioli per uno che ha una ricchezza personale stimata in 25 miliardi di dollari (che peraltro il sottoscritto ha concorso a formare in questi anni con numerosi acquisti impulsivi online). Ma per avere un termine di paragone ancora più efficace bisogna pescare tra le news del calciomercato di questi giorni: pare infatti che il Real Madrid acquisterà Gareth Bale dal Tottenham per 120 milioni di euro, che in verdoni fanno più o meno 160 milioni. Praticamente tutto il Washington Post vale quanto un Bale e mezzo, ma non ditelo ai Grahams.

L’altra considerazione, un po’ più nobile, ha a che fare invece proprio con quello yin e yang che sono la stampa tradizionale, di cui fanno parte i giornali di carta, e i media online. I primi in uno stato di triste e inesorabile declino che dura da anni, con testate che vendono sempre meno e incapaci di farsi nuovi lettori; gli altri in piena fase ascendente, pronti a diramarsi in ogni direzione come l’universo dopo il Big Bang. Una relazione complicata dal fatto che, sebbene la crisi dei giornali non possa imputarsi all’avvento di Internet e delle news online, di certo l’espansione di queste non facilita la situazione dei primi, né migliora i negoziati di pace tra le due sponde. Eppure è proprio qui che si inserisce l’acquisizione di Bezos. Inutile girarci intorno: i giornali, costretti dalle circostanze portate dalla contemporaneità a passare dall’analogico delle rotative al digitale dei server e delle nuvole, se la passano male perché non riescono a tirare fuori dall’online gli stessi utili che facevano prima, quando gli angoli delle strade brulicavano di strilloni. E magari mi sbaglierò, ma l’idea di affidarli a chi invece si è dimostrato capace di fare soldi a palate sul Web non mi pare poi così peregrina. Leggasi sul tema l’articolo di Andrew Leonard pubblicato oggi su Salon. Titolo: “The iceberg just rescued the Titanic”.

Yes. Thank you, Jeff Bezos. Because there are good reasons to believe that this is not the end of the world for the Washington Post — and maybe, just maybe, the beginning of a rosier future. Think about it: Jeff Bezos could provide the Post with new stability, he is well-established as someone who doesn’t mind losing gobs of money, and, well, he seems to like both books and newspapers.

[immagine Il Post]

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