Cose che restano (dentro a un feed reader)

Da un paio di giorni sono in vacanza. La stagione al ristorante, forse la più lunga che mi sia mai capitata di fare, è finita. Gli esami di settembre dati. Certo, meno di quelli che mi ero proposto di dare, ma tanto lo sapevo che andava a finire così. Va sempre a finire così. Non ne faccio un dramma. E quindi, insomma, adesso sono finalmente in vacanza. E sì, lo so che in teoria il tempo delle ferie è finito da tempo, che questo più che altro è il periodo in cui di solito si ricominciano le cose (la scuola, il lavoro, la programmazione tv), non quello in cui si mettono in pausa, ma per me è diverso, da sempre. Un giorno magari scriverò qualcosa su cosa voglia dire vivere al contrario rispetto al ritmo normale con cui vive la gente. Del perché, a un certo punto, abbia scelto di farlo. Ma non oggi. Oggi più che altro voglio riprendere tutte quelle cose minori che invece in pausa ce l’ho dovute tenere fino adesso. Tutte quelle storie che mi sarebbe piaciuto approfondire, per poi raccontarle a mia volta, e che lo studio e il lavoro non mi hanno permesso di farlo. Quindi, in pratica, quello che c’è qui di seguito, sono le notizie che stanno salvate nel mio feed reader, messe così, in ordine sparso. Notizie a cui avrei voluto dare spazio qui sul blog, che poi magari qualcuna a rileggerla oggi mi pare meno interessante di quanto non mi fosse sembrata la prima volta, ma vabbè, pazienza, tanto ormai sono passate. E qui è ora di fare un po’ di pulizia, dentro al mio feed reader. Continua a leggere

Verso nuovi Equilibri

Quelli di Equilibriarte sono degli amici, quindi non mi metterò qui a parlarne bene, ché sennò poi mi accusate di essere di parte. Vi dico solo che, se vi piace l’arte e la fotografia, può rivelarsi davvero un bel posto in cui entrare. Che poi, se vi piace l’arte e la fotografia, probabile che già lo conosciate da tempo. In ogni caso, la cosa importante è che da ieri pomeriggio sono online con un sito tutto nuovo pieno di novità interessanti che a quanto pare ha già incassato un sacco di complimenti. Quindi, ecco, mettetevelo tra i preferiti e andataci a fare un giro di tanto in tanto. Magari potrà capitarvi pure di imbattervi in cose scritte da me.

Leaving Macerata

Alla fine, l’ho capito, è come per il parcheggio, che non avevo neanche fatto in tempo ad arrivare alla macchina che subito un’altra si era fermata lì di fianco, l’abitacolo pieno di valigie e borsoni, e due ragazzi annoiati e infastiditi dal sole della mattina, che pure se è fine settembre scotta lo stesso, seduti davanti ad aspettare che io mettessi dietro il mio di borsone e partissi lasciando loro il posto, perché è così che funziona, via uno dentro l’altro, continuamente, ma l’ho capito solo dopo, mentre guidavo per tornare ad Ancona, e ripensavo alla sensazione strana che avevo provato poco prima, quando avevo chiuso per l’ultima volta la porta della casa in cui ho vissuto negli ultimi tre anni, in via Francesco Crispi 155, a Macerata, con la consapevolezza che non ci sarei più rientrato, che le chiavi l’avevo appena lasciate sul tavolo assieme a un bigliettino di saluti per chi le stringerà tra poco, e se le porterà con sé in tasca, e magari ogni tanto se le dimenticherà pure, che succede a tutti, e mentre ero lì che ancora guidavo, e intanto pensavo alla porta, e alle chiavi, e al parcheggio, ho avuto paura che tre anni non siano stati niente, perché il tempo va veloce, e ti frega, e così ho alzato il tappo dello specchietto incorporato nel parasole, che tanto lo tengo sempre abbassato, per vedere se ero invecchiato, che poi lo sapevo già di essere invecchiato, ma lo volevo vedere lo stesso, perché volevo essere sicuro, che non è mica vero che tre anni non sono niente, che io nei tre anni in cui ho vissuto lì a Macerata ho avuto due compagni di stanza e nove coinquilini diversi, senza parlare di tutti quelli che abbiamo ospitato sul divano o in qualche branda, e di tutti quelli che sono venuti a pranzo, o a cena, che alle volte non bastavano neanche le sedie, e sì che ne avevamo tante, la maggior parte mezze rotte, ma comunque tante, e mentre ci pensavo ho capito che quella sensazione strana che avevo provato forse era nostalgia, che insomma, una volta chiusa la porta, m’avesse preso quel senso di nostalgia delle cose quando finiscono, che io non sono uno nostalgico, ma mi sa che m’aveva preso lo stesso, perché poi ho pensato a cosa era significato vivere lì per tre anni, tipo tornare dopo il weekend e scoprire che il tuo coinquilino ti aveva bruciato l’accappatoio perché mentre era con una tipa l’aveva messo sopra la lampada, per fare atmosfera, e gli aperitivi due-per-uno al Bar Duomo, che non si mangiava mai niente, e alle nove si era già tutti sbronzi, che poi quella è sempre stata l’ora migliore per sbronzarsi, e quando l’ultimo anno l’hanno chiuso non si sapeva più che fare la sera, e tutte quelle volte che non ho preso l’ombrello perché tanto c’è un sole che spacca le pietre, e finita la lezione due ore dopo mi toccava tornare a casa sotto il peggiore dei temporali, che a Macerata cade ogni anno la stessa quantità di pioggia di Londra, e il morire di freddo d’inverno, che la casa con quel soppalco era troppo alta per dei termosifoni così piccoli, e non c’era verso di scaldarla, che quando il termostato segnava sedici gradi era una festa, e l’andare a fare la spesa insieme, che ogni volta ci si scordava qualcosa, ma una cassa da quindici bottiglie di birra da sessantasei, quella la si prendeva sempre, e allora ci dicevamo che dovevamo razionarla un po’, e invece a cena finita metà cassa se n’era già andata, e il mettersi a cucinare insieme, che di solito facevamo sempre le solite cose, tipo le insalatone con dentro di tutto e i classici spaghetti aglio-olio-e-peperoncino, ma poi una volta avevamo fatto pure due teglie di melanzane alla parmigiana, e l’avevamo finite tutte, in cinque, e alla fine stavamo male, e tutte quelle volte che ci eravamo fatti portare cibo cinese a domicilio dicendoci ogni volta che sarebbe stata l’ultima, che il cibo cinese non fa bene, e invece la settimana dopo eravamo un’altra volta lì a ingozzarci di riso alla cantonese, e poi i film sul divano, che anche se ne avevamo tanti così di dvd masterizzati, non si riusciva mai a trovarne uno che non avesse visto nessuno, e allora toccava scaricarne qualcuno appena uscito, e vederlo sul computer, che poi bisognava collegarci l’impianto stereo che ha sempre avuto dei bassi potentissimi, ma solo quelli, per cui alla fine quando i personaggi parlavano sembrava di stare dentro un aereo e non si sentiva niente lo stesso, e sempre mentre ero lì che guidavo pensavo che a fare tutto questo, adesso, nella casa in cui ho vissuto negli ultimi tre anni, ci sarà qualcun altro, e magari staccheranno le cose appese alle pareti per mettercene delle altre, e butteranno l’intera collezione di bottiglie di birra che occupa tutte e tre le grosse mensole della sala per cominciarne una loro, e forse butteranno finalmente via tutte le sedie rotte e ne prenderanno di nuove, perché è così che funziona, via uno dentro l’altro, come per il parcheggio, che alla fine l’ho capito, e per questo durante tutto il tempo che ero lì che guidavo, ma anche dopo, che ero arrivato a casa, e pure adesso, che sto scrivendo, m’ha preso quel senso di nostalgia delle cose quando finiscono, che io non sono uno nostalgico, ma m’ha preso lo stesso, ecco, e vorrei vedere voi al mio posto.

DFW, &cc &cc

Che mica lo so perché è diventato il mio scrittore preferito. Voglio dire, tanti dei suoi scritti sono urticanti, volutamente noiosi e complessi, con tutte quelle note a piè di pagina che neanche certi manuali di diritto costituzionale comparato. Perché lui era convinto che il lettore dovesse faticare, almeno un po’ rispetto a quanto non faticasse lui a scrivere. Che poi lui al lettore voleva bene davvero, mica come certi autori da bestseller, che gli raccontano solo ciò che sanno già vuole sentirsi raccontare. Lui il lettore lo rispettava, lo considerava un essere pensante, addirittura intelligente, altrimenti non gli avrebbe mai chiesto tutto quell’impegno, tutto quel sacrificio durante la lettura. È sempre stato il lettore il fulcro dei suoi pensieri, la sua approvazione l’unica cosa di cui si sia mai preoccupato. Perché quando chiedi così tanto, sai che devi dare altrettanto in cambio, oppure nessuno sarà disposto a seguirti. E lui lo dava, altroché se lo dava. Certo, c’era da trattenere il fiato, andare in apnea per seguirlo così a fondo nel suo viaggio all’interno della complessità umana, e all’inizio non è mica facile, che non sei allenato, e devi riemergere continuamente. Poi però, a poco a poco, riuscivi ad andare sempre più giù, e allora lui ti portava a vedere i fondali inesplorati, la loro straordinaria, sconvolgente e terrificante meraviglia, e tu rimanevi a bocca aperta, e capivi che n’era valsa la pena, di tutto quell’impegno, di tutto quel sacrificio. Ma quando scavi così a fondo, lo sai anche tu che un giorno potresti non riemergere. E infatti, esattamente 5 anni fa oggi, David Foster Wallace non è più riemerso. Intrappolato nella fitta rete dei suoi pensieri, annegato nel mare scuro delle sue riflessioni. E noi non ce l’abbiamo più uno così bravo a farci da guida. Ed è un peccato.

The National: “Trouble Will Find Me” [2013; 4AD]

Quando uno arriva, come i National, al sesto album in poco più di dieci anni di carriera riuscendo sempre a mantenere l’asticella della qualità così dannatamente alta, l’unica cosa che resta da fare è togliersi il cappello e abbassare il capo in segno di rispetto.
Sarà perché, anche se vivono a Brooklyn ormai da tempo, questi cinque non più giovanissimi ragazzotti vengono tutti dall’Ohio, e lì la gente lo sa che è la sostanza a fare la differenza, non l’apparenza. E difatti i National sono dei gran lavoratori, degli artigiani dell’indie rock, che lavorano a mano ogni singolo pezzo fino a renderlo perfetto. Perché solo così riesci a tirare fuori un disco come Trouble Will Find Me, che giunge a tre anni di distanza dal pur notevolissimo High Violet, e che è solo l’ultimo capitolo di una grandiosa discografia.
Un disco dall’intensa carica emotiva, dove si passa continuamente da un malinconico romanticismo (I Should Live In Salt, I Need My Girl e Hard To Find) a una triste nostalgia (Don’t Swallow The Cup e Pink Rabbits), dalla disillusione e il rammarico (Demons, Heavenfaced e This Is The Last Time) alla voglia di riscossa (Sea Of Love). Del resto è sempre stata questa la cifra stilistica dei National: la loro è la colonna sonora ideale di quando ci si ritrova da soli al bancone del bar, l’ennesimo whisky in mano, a fare il bilancio della propria vita, a rimuginare su ciò che è andato storto, sulle persone speciali lasciate andare per colpa del proprio orgoglio o per qualche sbaglio di troppo.
E poi però alla fine ti dici che sei ancora in tempo e ti convinci che puoi sistemare le cose: domani andrà meglio, vedrai. Perché quando hai uno con una voce come quella di Matt Berninger dalla tua, poi alla fine vinci per forza.

[Pubblicato su «Urlo», numero 203, luglio-agosto 2013]

Sigur Rós: “Kveikur” [2013; XL Recordings]

Quando si parla dei Sigur Rós in verità non si parla mai solo di musica. Perché nelle loro composizioni c’entra di tutto: atmosfere pleistoceniche, la natura selvaggia della loro terra, mitologia e magia, e perfino il linguaggio dal momento che molti dei loro testi sono scritti in un islandese inventato. Una band che nonostante la ricercatezza e la complessità del proprio sound – a metà strada tra il post-rock, il pop e la musica classica – ha saputo comunque entrare nella cultura di massa tanto da guadagnarsi una fresca comparsata nella serie animata più famosa di sempre: The Simpsons. Perché in fondo, nonostante tutto questo ricco contorno, alla fine è pur sempre la loro musica la cosa che colpisce di più, emergendo sopra ogni altro tipo di considerazione.
Un discorso che vale da sempre, e che continua a valere pure per l’ultimo lavoro, seppur Kveikur faccia registrare un netto cambio di registro rispetto al passato. Sarà stata per via del recente abbandono del tastierista Kjartan Sveinsson che ha tramutato di colpo il gruppo in un trio, o magari per via del cambio d’etichetta dopo aver terminato il rapporto con la EMI, fatto sta che in questo loro settimo disco suonano davvero in maniera diversa. Del resto per loro stessa ammissione volevano risultare in questa registrazione molto più aggressivi di quanto non avessero mai fatto prima, e ascoltando l’album si direbbe siano perfettamente riusciti nel loro intento.
Già con le iniziali Brennisteinn e Hrafntinna si piomba subito nell’oscurità, con suoni e atmosfere che gettano l’ascoltatore nell’angoscia e nell’inquietudine, lasciandolo in quello stato per tutto il corso dell’opera, e accentuandolo ancora attraverso la title track Kveikur e Bláþráður. Delle sonorità bucoliche di Ágætis Byrjun, o di quelle gioiose di Takk… e Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust, o di quelle oniriche di Valtari, uscito giusto l’anno scorso, qui non c’è alcuna traccia. Persino la voce elfica di Jónsi risuona meno angelica e più malvagia del solito. Tutto è racchiuso nell’ombra e nella nebbia. E anche quando sembra di rivedere la luce come in Ísjaki, Stormur e Rafstraumur, ci si rende presto conto che non si tratta del sole, ma solo di qualche stella che cade illuminando a lampi la notte.
Poi però alla fine parte Var, e allora apri gli occhi e cominci a chiederti se in realtà non si sia trattato solo di un brutto incubo: quello che risiede nella parte oscura dell’anima dei Sigur Rós.

[Pubblicato su «Urlo», numero 203, luglio-agosto 2013]