Arctic Monkeys: “AM” [2013; Domino]

Questa volta lo diciamo subito: AM è un grande disco, e non solo perché è il quinto album degli Arctic Monkeys, su un totale di cinque pubblicati, a piazzarsi direttamente al numero uno in classifica nel Regno Unito, né per l’essere quello più venduto dell’anno dopo l’inarrivabile Random Access Memories dei Daft Punk. È che “grande” sembra essere proprio l’aggettivo migliore per descrivere l’ultima opera dei quattro di Sheffield, qualunque sia il significato in cui si voglia declinarlo.
Grande, quindi, innanzitutto nel senso di adulto, perché le scimmie non sono più i ragazzini sbarbati degli esordi, capaci con la loro velocità ed energia di sfornare quantità industriali di hit da dancefloor in grado ancora oggi di trascinare la gente in pista. Qui invece, come già successo in Humbug qualche anno fa, preferiscono abbassare sensibilmente i bpm, rinunciando pure alle consuete schitarrate selvagge in favore di produzioni più scarne e decise, con riff che, anche se meno melodici del solito, riescono comunque ad insinuarsi nell’ascoltatore.
Merito forse delle lezioni impartite al gruppo da Josh Homme, leader dei Queens Of The Stone Age, che ha messo mani e voce in diverse tracce dell’album. Perché grande è pure la realizzazione di questo disco, registrato a Joshua Tree, in pieno deserto californiano, dopo oltre un anno di polverosa lavorazione, e dove compaiono anche in veste di special guest il chitarrista Bill Ryder-Jones, ex The Coral, e il batterista Pete Thomas, storico collaboratore di Elvis Costello.
Ma grande, anche e soprattutto, AM lo è per quello che contiene, ovvero gli elementi più significativi della tradizione hard rock di stampo americano e le influenze di band storiche come Led Zeppelin, Black Sabbath e Velvet Underground, con quel titolo che è già di per sé un chiaro riferimento al loro album del 1985 VU. Così come pure è grande l’ambizione di far suonare tutto ciò in chiave moderna, con basi e produzioni che guardano più nella direzione di un certo hip hop groovy e senza fronzoli, che a sonorità più care all’indie rock da classifica.
Pescare uno qualsiasi dei titoli in scaletta per averne la prova (consigliatissimi Arabella e Fireside), perché la formula seguita è valida per tutti: un tappeto ritmico di soli basso e batteria, qualche assolo messo qua e là senza strafare, e la voce del frontman Alex Turner – che qui preferisce forse per la prima volta il microfono alla sua fedele chitarra – contrapposta ai continui falsetto del resto della band. Il risultato, sorprendente, che ne viene fuori è un sound particolarmente sexy dove Turner, trasformatosi nel crooner maturo che non ti aspetti, riesce ad apparire molto più macho di quanto non sia in realtà.
Fanno eccezione, al solito, le ballate inserite all’interno dell’opera (No. 1 Party Anthem e Mad Sounds), che ribadiscono ancora una volta che gli Arctic Monkeys avrebbero anche potuto caricarsi sulle spalle la pesante eredità britpop lasciata dagli Oasis, se solo avessero voluto. Ma loro hanno preferito portare avanti altri, grandi, progetti. E hanno fatto bene.

[Pubblicato su «Urlo», numero 206, novembre 2013]

Annunci

R.I.P. Winamp (1997-2013)

Ecco, mi sa che se c’è una cosa che collegherò per sempre alla mia adolescenza, o comunque ai tempi del liceo, beh, quella cosa è Winamp – se pensate sia un cartone animato, beati voi perché significa che siete molto più giovani di me, mannaggia il clero. Così oggi mi sono intristito parecchio quando ho letto che dal 20 dicembre chiudono baracca e burattini, e nessuno potrà più scaricarne una copia. Che poi saranno sei, sette anni buoni che non lo uso più, però per un lungo periodo della mia vita è stata la prima cosa che aprivo appena acceso il pc, altro che Facebook, e poi lo lasciavo andare per delle ore. Mi piacerebbe dire che la prima canzone che c’ho ascoltato fosse super alternativa, roba indie di quando l’indie era ancora 1.0, così da tirarmela un po’ col “io a quindici anni ascoltavo già gli Shins e Sufjan Stevens”, e invece probabile sia stato qualcosa di Avril Lavigne, o boh, dei Lostprophets, che quella volta ancora nessuno sapeva che a Ian Watkins piaceva scoparsi le bambine; perché ai tempi del liceo guardavo tutto il giorno MTV, andavo ai concerti di Ligabue, e sostanzialmente di musica, come pure della vita in generale, non ci capivo un cazzo – e invece adesso… Sì, insomma, ormai l’avrete capito, questo è un post piagnone, di quelli che scrivi quando vedi il mondo che cambia intorno a te, e capisci che sei diventato vecchio. E che nessuno frusterà più il culo del lama come si deve.

[foto National Geographic]

Molto rumore per nulla (considerazioni banali sul nuovo talent show di Rai 3 con la gente che scrive)

Niente, stasera comincia Masterpiece, che è tipo un talent show per scrittori che va in onda su Rai 3 in seconda serata. E già che vada in onda in seconda serata, di domenica, con la gente che va a dormire incazzata ché il giorno dopo è già di nuovo lunedì, mentre quei pochi svegli tengono fisso su qualche programma pallonaro, vuol dire che la rete non è che ci creda poi tanto, del tipo “io lo trasmetto, ma speriamo nessuno se ne accorga”. Certo, poi non si sa mai, pure Gazebo ha cominciato così, e guarda oggi dov’è arrivato, però diciamo che l’impressione è quella. E invece secondo me la cosa è interessante, nel senso, il programma sarà una merda, come tutti i talent show, ma proprio per questo sarà interessante, perché finalmente sarà la letteratura a essere trattata di merda. Mi spiego meglio: di talent show di musica ce ne sono ormai a migliaia, tutti noi li guardiamo, li commentiamo su Twitter, cosa che ci fa sentire un sacco intelligenti, poi a un certo punto tifiamo per qualcuno che ci pare un po’ più bravo degli altri, scarichiamo una montagna di insulti addosso a Morgan, alla Ventura, o a Pelù, e siamo contenti così. Non è che ci aspettiamo di vedere da un momento all’altro sfidarsi sul palco, che ne so, Frank Zappa e Neil Young, Freddie Mercury e David Bowie, o i Beatles e i Beach Boys nella categoria gruppi. Non ce l’aspettiamo, e ci va bene così, perché non siamo lì per vedere sotto i nostri occhi la storia della musica che va avanti grazie a qualche geniale strappo; no, siamo lì sdraiati sul divano per fare quell’unica cosa per cui sarà ricordata la nostra società della comunicazione, ovvero godere di un po’ di sano intrattenimento televisivo. Continua a leggere

Volcano Choir: “Repave” [2013; Jagjaguwar]

Probabile che il nome Justin Vernon non vi dica niente. Eppure stiamo parlando di uno dei maggiori protagonisti musicali degli ultimi anni, ideatore e leader indiscusso del progetto collettivo Bon Iver, la band capace con appena un paio di dischi all’attivo di conquistarsi un seguito infinito di pubblico e ammiratori tra gli addetti ai lavori. Ma, ancor prima dei Bon Iver e che il loro album di debutto For Emma, Forever Ago diventasse uno dei dischi più venduti del 2008 – non più scaricati, ma venduti proprio, specie nella sua versione in vinile – e ancor prima delle collaborazioni illustri con Kanye West e James Blake, tanto per fare due nomi, per il nostro Justin c’erano solo i Volcano Choir.
Formati nel 2005 per la volontà di diversi musicisti del Wisconsin, Stati Uniti, accomunati dalla voglia di collaborare, i Volcano Choir hanno impiegato diversi anni prima di pubblicare il loro primo disco Unmap, nel 2009. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che ogni componente era impegnato già in altri progetti, e le canzoni prendevano forma scambiandosi piccole registrazioni via e-mail. Stesso procedimento usato, per forza di cose, anche per questo nuovo Repave, che tuttavia fa registrare una netta maturazione rispetto al precedente. Accantonato un po’ lo sperimentalismo spinto di Unmap, si sente infatti qui una maggiore coesione, tanto nei singoli pezzi che nella totalità dell’opera, come se dietro ci fosse un gruppo vero e proprio con ore e ore spese in lunghe sessioni in sala di registrazione.
Se, appunto, conoscete già i Bon Iver e le loro canzoni, facile che ritroverete qui diversi echi e rimandi a quelle stesse sonorità, sempre intrise di epicità e atmosfere bucoliche. Eppure sembra che in questo caso i suoni e gli strumenti analogici abbiano avuto il sopravvento rispetto agli emuli digitali tanto cari ai Bon Iver. E inoltre, a differenziare Repave, c’è anche una sorta di scelta minimalista, con la musica pronta a farsi da parte, restando sullo sfondo per lasciare più spazio alle parole, per poi sovrapporsi di nuovo nei crescendo, spesso sottolineati da cori in falsetto.
Acetate, Comrade, il singolo Byegone e la finale Almanac incarnano bene quanto detto, e assieme alle belle Alaskans e Dancepack, dove sembra quasi di risentire i Fleet Foxes, conferiscono valore a un’opera per niente banale qual è Repave, che nonostante la sua collettività compositiva, finisce col consacrare ulteriormente Justin Vernon alla storia recente della musica.

[Pubblicato su «Urlo», numero 205, ottobre 2013]

Incollati al Glue-Lab

“Dobbiamo stare attaccati insieme come colla”. Bisogna partire da qui, dal testo di una canzone degli SS Decontrol, band hardcore di Boston dei primi anni ’80, per provare a raccontare un po’ il Glue-Lab, e l’idea che lo sorregge. Perché di quella canzone, intitolata proprio Glue, il locale anconetano di fresca apertura non ha preso solo il nome, ma l’intero spirito.
Situato in via Matteotti 10 (all’angolo con via Carducci), e circolo del circuito Arci, l’associazione culturale Glue-Lab non è il solito posto che guarda solo all’intrattenimento musicale serale, ma ha l’ambizione di diventare un vero spazio aperto a tutti e a completa disposizione della cittadinanza. Un luogo dove stare insieme e legarsi gli uni agli altri: un collante, per l’appunto. Del resto è proprio dal legame di tre persone diverse, e dalla commistione delle loro idee, che è nato il progetto. «Inizialmente avevo in mente di aprire una sala concerti più tradizionale, magari in periferia e solo per il fine settimana, – spiega Simone Sabini, uno dei tre gestori – invece poi mi sono lasciato influenzare da Gabriele (Santamaria, ndr) e Barbara (Venturi, ndr), che immaginavano un posto più sociale, dove riuscire a realizzare esperienze culturali diverse, facendole convivere, e questo è stato il risultato». Continua a leggere