Volcano Choir: “Repave” [2013; Jagjaguwar]

Probabile che il nome Justin Vernon non vi dica niente. Eppure stiamo parlando di uno dei maggiori protagonisti musicali degli ultimi anni, ideatore e leader indiscusso del progetto collettivo Bon Iver, la band capace con appena un paio di dischi all’attivo di conquistarsi un seguito infinito di pubblico e ammiratori tra gli addetti ai lavori. Ma, ancor prima dei Bon Iver e che il loro album di debutto For Emma, Forever Ago diventasse uno dei dischi più venduti del 2008 – non più scaricati, ma venduti proprio, specie nella sua versione in vinile – e ancor prima delle collaborazioni illustri con Kanye West e James Blake, tanto per fare due nomi, per il nostro Justin c’erano solo i Volcano Choir.
Formati nel 2005 per la volontà di diversi musicisti del Wisconsin, Stati Uniti, accomunati dalla voglia di collaborare, i Volcano Choir hanno impiegato diversi anni prima di pubblicare il loro primo disco Unmap, nel 2009. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che ogni componente era impegnato già in altri progetti, e le canzoni prendevano forma scambiandosi piccole registrazioni via e-mail. Stesso procedimento usato, per forza di cose, anche per questo nuovo Repave, che tuttavia fa registrare una netta maturazione rispetto al precedente. Accantonato un po’ lo sperimentalismo spinto di Unmap, si sente infatti qui una maggiore coesione, tanto nei singoli pezzi che nella totalità dell’opera, come se dietro ci fosse un gruppo vero e proprio con ore e ore spese in lunghe sessioni in sala di registrazione.
Se, appunto, conoscete già i Bon Iver e le loro canzoni, facile che ritroverete qui diversi echi e rimandi a quelle stesse sonorità, sempre intrise di epicità e atmosfere bucoliche. Eppure sembra che in questo caso i suoni e gli strumenti analogici abbiano avuto il sopravvento rispetto agli emuli digitali tanto cari ai Bon Iver. E inoltre, a differenziare Repave, c’è anche una sorta di scelta minimalista, con la musica pronta a farsi da parte, restando sullo sfondo per lasciare più spazio alle parole, per poi sovrapporsi di nuovo nei crescendo, spesso sottolineati da cori in falsetto.
Acetate, Comrade, il singolo Byegone e la finale Almanac incarnano bene quanto detto, e assieme alle belle Alaskans e Dancepack, dove sembra quasi di risentire i Fleet Foxes, conferiscono valore a un’opera per niente banale qual è Repave, che nonostante la sua collettività compositiva, finisce col consacrare ulteriormente Justin Vernon alla storia recente della musica.

[Pubblicato su «Urlo», numero 205, ottobre 2013]

Annunci

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...