Molto rumore per nulla (considerazioni banali sul nuovo talent show di Rai 3 con la gente che scrive)

Niente, stasera comincia Masterpiece, che è tipo un talent show per scrittori che va in onda su Rai 3 in seconda serata. E già che vada in onda in seconda serata, di domenica, con la gente che va a dormire incazzata ché il giorno dopo è già di nuovo lunedì, mentre quei pochi svegli tengono fisso su qualche programma pallonaro, vuol dire che la rete non è che ci creda poi tanto, del tipo “io lo trasmetto, ma speriamo nessuno se ne accorga”. Certo, poi non si sa mai, pure Gazebo ha cominciato così, e guarda oggi dov’è arrivato, però diciamo che l’impressione è quella. E invece secondo me la cosa è interessante, nel senso, il programma sarà una merda, come tutti i talent show, ma proprio per questo sarà interessante, perché finalmente sarà la letteratura a essere trattata di merda. Mi spiego meglio: di talent show di musica ce ne sono ormai a migliaia, tutti noi li guardiamo, li commentiamo su Twitter, cosa che ci fa sentire un sacco intelligenti, poi a un certo punto tifiamo per qualcuno che ci pare un po’ più bravo degli altri, scarichiamo una montagna di insulti addosso a Morgan, alla Ventura, o a Pelù, e siamo contenti così. Non è che ci aspettiamo di vedere da un momento all’altro sfidarsi sul palco, che ne so, Frank Zappa e Neil Young, Freddie Mercury e David Bowie, o i Beatles e i Beach Boys nella categoria gruppi. Non ce l’aspettiamo, e ci va bene così, perché non siamo lì per vedere sotto i nostri occhi la storia della musica che va avanti grazie a qualche geniale strappo; no, siamo lì sdraiati sul divano per fare quell’unica cosa per cui sarà ricordata la nostra società della comunicazione, ovvero godere di un po’ di sano intrattenimento televisivo.

Intrattenimento: è questa la parola chiave, tenetevela a mente. Perché i talent show questo fanno, intrattengono, e il campo o la materia che trattano è un dettaglio del tutto secondario. Musica, recitazione, danza, cucina: va bene tutto, e anzi, siccome la nostra soglia di attenzione è sempre più bassa, gli autori televisivi sono costretti a inventarsi continuamente qualcosa di nuovo per tenerci ancora un po’ lì incollati al televisore. Quindi non c’è da scandalizzarci più di tanto se a finire in tv siano un paio di ragazzi che si sfidano a colpi di climax e caratterizazione dei personaggi, invece che due massaie alle prese con il rognone alla vattelapesca, per dire. Anzi, ben venga che finalmente sia la letteratura a sporcarsi coi nostri schermi televisivi, perché non se ne può più di questa cosa che solo la scrittura debba rimanere nella sua torre d’avorio, nel tentativo disperato di conservare una natura innatamente nobile che ormai non è più giustificabile, mentre sotto di essa tutte le altre arti hanno preso ad accoppiarsi felicemente con il pop e l’intrattenimento. Troppo complicato? Beh, Mario Fillioley ha spiegato tutto questo molto meglio di me in un articolo pubblicato su IL di ottobre:

La domanda che il talent sollecita è perché allo scrivere vada associata sempre e comunque la letteratura. Coi film riusciamo a distinguere senza problemi tra Men in Black II e Il posto delle fragole. Eppure è sempre cinema, no? Però non ci disturba che uno sia fatto per i pop corn e l’altro abbia invece ambizioni più elevate. Troviamo normale che le radio passino Lady Gaga e che per ascoltare Debussy invece si debba andare in un auditorium. È sempre musica, ma non ci disturba che sia concepita per scopi molto diversi. Coi libri non ci riusciamo: se Fabio Volo scrive un libro va giudicato con gli stessi parametri con cui si giudica Tolstoj. È più forte di noi: Crozza spara due minchiate a Ballarò e noi sospiriamo rimembrando il Don Chisciotte. Mettere tutti i libri sul piano della letteratura è un’operazione paradossale: è da cretini, ma ci fa sentire intelligenti. Non appena si tratta di libri, pensiamo subito a Shakespeare, e chi non è Shakespeare infanga il buon nome della letteratura.

La “letteratura” che sarà prodotta attraverso il talent non deve, e probabilmente neanche mira, a farne la storia, come i cantanti o i cuochi dilettanti con le cui esibizioni in tv abbiamo più confidenza non hanno l’intenzione di fare la storia della musica, né dell’arte culinaria. Al massimo venderanno qualche disco o libro di ricette per un po’, e non c’è nulla di male in questo, anzi tutt’altro, perché così magari si riesce a dare ancora un po’ di lavoro a qualche fonico o editor in bolletta. Perché, ce lo si dimentica sempre, dietro alla letteratura, al cinema, alla musica, c’è un’industria, che vuol dire gente che ci si paga l’affitto a fare quello che fa. E lo so che è triste da dire, ma probabilmente i libri di Fabio Volo hanno salvato più posti di lavoro di quelli di Fruttero, e comunque sicuro più di quanto non abbia fatto l’ultima manovra di governo. Quindi sì, io stasera me ne starò lì davanti alla tv, col Twitter a portata di mano, ça va sans dire, a guardare Masterpiece in pace con la mia coscienza, consapevole che si tratti solo d’intrattenimento, e che sarà una merda, come tutti i talent show. Poi ovviamente si può anche pensare tutto all’opposto, e cioè che sia il male assoluto, che appunto proprio perché i talent show sono tutti merda bisognerebbe farne di meno, e non di più, che passi pure la cucina, ma la letteratura no, dai, non scherziamo. In tal caso, correte a leggervi il pippettone che Francesco ha scritto qualche giorno fa su Bastonate. Anzi, andatevelo a leggere comunque:

Dicevo: molti scrittori che conosco, intendo con scrittori gente che ama passare il proprio tempo libero scrivendo (non conosco scrittori affermati), sarebbero carne buona per qualsiasi reality. Sei puntate sul loro concetto di igiene personale, poi qualcuno cita Deleuze e si scopa. Per tutto il resto, non saprei davvero dire se ci possa essere spazio a livello televisivo per questa merda, intendo dire –che so- qualcuno che sale su un predellino e legge il suo componimento e qualcuno sotto che dice “bravo, sei molto Eggers in questo passo, ma dovremmo andare oltre Dave Eggers, non ti pare?”.
[…] E insomma Masterpiece sarà -magari- un insuccesso, ma sarebbe un’occasione d’oro per metterci di fronte alle nostre responsabilità come specie umana. Non ho idea di come funzioni, ma direi che a un certo punto qualcuno dovrà leggere un componimento e qualcun altro dovrà commentarlo. E qualcun altro cercherà di straforo di infilare l’uccello dentro qualcuna, incurante del fatto che questa cosa ci allontana dalla bontà del nostro romanzo fin dal 1985 (alla fine dell’anno, non a caso o sì, Dennes Dale Boon morì in un incidente automobilistico). Il tutto mentre sui social qualcuno sgama un congiuntivo sbagliato, crea un #hashtag e il popolo italiano, da anni alla disperata ricerca di un Quasimodo, si ritrova nel carrello un altro Carlo Maria Rogito. L’unico a cui giovi tutto questo è il tizio che ha sgamato il congiuntivo sbagliato: capace che lo mette nel CV.

Ah, quasi dimenticavo: presenta Massimo Coppola, che per uno come me, cresciuto con MTV ai tempi in cui MTV era ancora MTV, già basta e avanza.

[foto Wikipedia]

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