Senza fil rouge

La faccio piuttosto breve. Tre anni fa mi sono iscritto ad un corso di laurea che si chiama “Discipline dell’Unione Europea” (sta scritto pure nella bio qui accanto) offerto dalla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Macerata. Mi piaceva scrivere e mi piaceva leggere delle cose che accadono nel mondo, ed ero quindi arrivato alla naturale conclusione che fare il giornalista mi avrebbe permesso di fare le due cose assieme, ed essere pagato per questo (non ridete, per favore). Allora vedevo nella laurea in Scienze Politiche solo il primo passo che mi avrebbe portato ad essere un giornalista, e l’unico motivo per cui scelsi esattamente quel curriculum di studi piuttosto che un altro fu perché pensavo che specializzarmi in una materia così cruciale del dibattito politico, l’Unione Europea per l’appunto, mi avrebbe forse aperto qualche porta in più (ah, beata ingenuità). Sono passati tre anni, che sembrano pochi ma invece sono tantissimi, e per me sono cambiate un paio di cose.

Mi piace ancora scrivere e mi piace ancora leggere cosa succede nel mondo. Anzi, faccio entrambe le cose più di quanto non facessi prima, e credo di aver imparato a farle anche un po’ meglio, ché pure a leggere i giornali ci vuole tempo e pratica, che vi credete. Però non sono più molto convinto di voler diventare un giornalista, o comunque di potere: un po’ perché è una delle categorie che se la passa peggio oggigiorno, ed entrare a farne parte sembra più impossibile che per altre; un po’ perché mi sono reso conto che forse non sarei così bravo, e di certo il mondo non ha bisogno dell’ennesimo giornalista mediocre e frustato. Ma soprattutto, quello che è successo in questi tre anni, è che mi sono scoperto europeista. Per essere più precisi, è successo che quella che doveva essere una materia da studiare in maniera distaccata, super partes, come il praticante chirurgo che comincia ad aprire toraci senza lasciarsi impressionare, è diventato invece qualcosa che mi ha appassionato, che mi ha tirato dentro, che mi ha fatto prendere posizione, diventare fazioso, partigiano.

Voglio precisare che non è una cosa che succede a tutti noi, che stiamo lì a studiare la PAC e il TFUE. Non è che ci tirano su come balilla col mito di Schuman e del Trattato di Maastricht. Molti dei miei compagni di corso sono parecchio anti-europeisti, per dire. Perché, come per qualsiasi altra materia di studio, è solo quando ci entri dentro che cominci a comprenderne le problematiche, a vederne le contraddizioni, le cose che funzionano e quelle che invece no, i benefici che comporta ma anche le conseguenze negative che causa. E vederci più del buono o del cattivo, alla fine, è un attimo. Io sono di quelli che ci vedono più del buono, pur con la consapevolezza che le cose che non funzionano nell’Unione Europea, e le conseguenze negative che queste comportano, siano molte. Solo che, al contrario dei miei compagni di corso di cui sopra, penso che la cosa migliore da fare sia correggere ciò che non va, e non abbattere una costruzione su cui si lavora duramente da oltre cinquant’anni solo perché ultimamente è diventato un po’ più difficile tenerla in piedi. Insomma, è ancora la solita storia del bambino e dell’acqua sporca.

Oggi, me ne rendo conto, essere anti-europeisti è molto facile. Tutto ciò che capita noi attorno ci spinge in quella direzione. Per questo mi è dispiaciuto molto apprendere che tra qualche settimana molto probabilmente Presseurop non esisterà più. Perché, oltre ovviamente a essere stata una delle mie letture quotidiane negli ultimi tre anni, rappresenta pure una delle poche iniziative rimaste a tentare una qualche integrazione europea, a farci sentire tutti un po’ più vicini. Perché, anche se non sembra, sono questo genere di cose a tenerci legati in questo vecchio continente: il poter leggere come se la passano i nostri “connazionali” acquisiti, così come l’andare a studiare nei loro paesi, o a lavoraci e viverci per qualche mese, stringendo rapporti, amicizie, relazioni capaci di cancellare confini e barriere linguistiche, o culturali, più di quanto non siano in grado di fare regolamenti e direttive. Perché magari vi farà sorridere, ma se l’Europa è arrivata lì dov’è, o per lo meno dov’era fino a qualche anno fa, è anche e soprattutto grazie alle piccole cose, comprese le trasmissioni tv più leggere. Per questo tra i padri fondatori dell’UE meritano di stare tanto Robert Schuman che Denis Pettiaux, tanto Altiero Spinelli che Cristina D’Avena. Per cui sì, magari potrà sembrare poca cosa la chiusura di un sito di news, ma per quelli come me, che nell’Unione Europea ci vedono più del buono che non, questo non può che rappresentare l’ennesimo passo indietro. Fatto proprio quando invece ci sarebbe bisogno di ricominciare a correre in avanti.

PS: Se anche voi siete tra quelli che nell’Unione Europea ci vedono più del buono, qui si può firmare la petizione online che chiede alla vicepresidente della Commissione Viviane Reding di continuare a finanziare Presseurop.

[immagine Isabella Stewart Gardner Museum]

Annunci

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...