Ma starci dentro

L’altro giorno, dopo aver raccontato qui di aver votato per Renzi alle primarie del Pd, e del perché l’avessi fatto, mi è capitato di discorrere un po’ con alcuni amici su Facebook a tal riguardo. In particolare, al centro della discussione, c’erano due cose: la mia impossibilità di dimostrare in maniera oggettiva che votare Renzi fosse la cosa giusta da fare, e, semplificando un po’, lo scontro tra una visione pragmatica ed una invece più idealista circa le proprie possibilità di influenzare il mondo. Siamo andati avanti un po’, ognuno con le proprie argomentazioni, e penso che alla fine nessuno sia riuscito a scalfire le convinzioni degli altri, ma va bene così: Habermas sarebbe fiero di noi. Oggi però è successo che, leggendo il nuovo libro di Francesco Piccolo Il desiderio di essere come tutti (edito da Einaudi), che giaceva ancora incelofanato sul comodino ormai da diverso tempo, mi sono imbattuto, nel giro di poche pagine, in paragrafi che un po’ c’entrano, con quello di cui stavamo discutendo con i miei amici su Facebook, e la cosa mi ha ovviamente colpito. Ma andiamo con ordine.

L’oggetto narrativo attorno cui ruota tutta la prima parte del libro di Piccolo è il “settantottesimo minuto di una partita di calcio”, quello dopo il quale “sono diventato comunista”. La partita di calcio – Piccolo l’ha raccontato in diverse trasmissioni televisive, per cui non vi sto spoilerando niente – è quella tra Germania Ovest e Germania Est dei mondiali del ’74, che si giocavano proprio in Germania; e, in particolare, il settantottesimo minuto è quello dove lo sconosciuto giocatore della Germania Est Jürgen Sparwasser segna l’unico gol dell’incontro, che regala alla sua piccola e debole nazionale la vittoria contro quella della ben più forte controparte occidentale. Piccolo racconta, splendidamente, l’intera azione per pagine e pagine, e, altrettanto splendidamente, racconta pure tutto quello che la partita significava per lui, allora inconsapevole decenne, e suo padre, e cosa quel gol ha poi significato per entrambi e per il loro rapporto. Quel gol, tra l’altro, è stato raccontato pure da Sfide, come solo Sfide sa fare, attraverso un’intervista a Sparwasser stesso (qui dal minuto 1:30). E mentre Piccolo è lì che racconta tutto questo, che poi è il racconto di uno che senza saperlo si è ritrovato di fronte a un momento storico, a un certo punto, e più precisamente a pagina 42, scrive:

Adesso Jürgen Sparwasser, in un attimo, senza aver avuto il tempo di rendersene conto, si ritrova, nonostante sia in mezzo a tre giocatori avversari, con il pallone che gli rimbalza quasi davanti mentre lui gli sta correndo incontro – e il rimbalzo e la sua corsa fanno incontrare lui e il pallone in modo del tutto imprevedibile, visto che il pallone gli sbatte sul viso e lui non fa in tempo a girare la testa per colpirlo di lato, e lo prende in faccia, ma allo stesso tempo sa che il pallone è andato avanti ed è proprio dove lui sta correndo, così subito lo aggiusta un po’ con il petto, quanto basta.
E l’attimo dopo si ritrova con il pallone tra i piedi appena dietro il dischetto di rigore.
Con due calciatori della Germania, quella vera (il terzo si è fermato, incredulo), che sono Höttges e Vogts, abbastanza distanti da farsi venire un coccolone nel guardare quello che anche loro sanno non accadere quasi mai e accelerare la corsa in modo già disperato, accorrendo in eccessivo affanno, con le mascelle contratte e un orgoglio che non deve essere ferito.
Jürgen Sparwasser è un centravanti classico e sa sempre rincorrere il punto giusto e l’attimo giusto per calciare – quindi non si stupisce di quello che succede, sa che un lancio ogni mille o duemila può accadere, ed è per questo che si butta ogni volta all’inseguimento del pallone, quindi fa quello che sa fare, fa scorrere la palla e poi la spinge verso destra, per allontanarsi da quei due che lo stanno rincorrendo disperati. Sia chiaro, tutto questo accade in pochi secondi, in cui non c’è tempo nemmeno per Hamann di sorprendersi, né per Vogts e Höttges di pensare all’orgoglio, né per Sparwasser di dirsi che deve cercare il punto giusto, né per ognuno di loro e per gli altri e per il pubblico nello stadio e per tutti noi che guardiamo la tv c’è il tempo di pensare al momento storico – no, è un attimo, ed è il risultato del talento e dell’abitudine, si chiama istinto e vuol dire che uno non ci deve pensare a fare la cosa giusta perché è abituato a fare la cosa giusta, l’ha già fatta cinquemila volte a prescindere dal risultato che ottiene, a prescindere dal fatto che stia dentro una partitella amichevole o un momento storico. Tutti sanno fare quello che devono fare, anche se stanno giocando una partita storica ai mondiali, anzi la questione è da ribaltare: stanno giocando quella partita perché sono in grado di farlo.

“È il risultato del talento e dell’abitudine, si chiama istinto e vuol dire che uno non ci deve pensare a fare la cosa giusta perché è abituato a fare la cosa giusta, l’ha già fatta cinquemila volte a prescindere dal risultato che ottiene”, che è un po’ quello che cercavo di spiegare io ai miei amici l’altro giorno. Ora, non è che il fatto che Piccolo abbia scritto queste tre righe adesso mi fa vincere la battaglia argomentativa contro di loro, figurarsi, però per me è importante, perché significa che perlomeno siamo in due a pensarla allo stesso modo – senza bisogno di star lì a tirar fuori la faccenda del great minds &cc &cc.

Ad ogni modo, il racconto di Piccolo poi continua, e va a sbattere pure contro l’altra questione centrale della nostra disputa, ovvero come voler provare ad incidere sul mondo, per migliorarlo, s’intende. Se cioè avere un approccio più pragmatico, partendo dal presupposto che il mondo come lo vorremmo non lo faremo mai, e allora tanto vale accontentarsi di migliorare un po’ alla volta questo che abbiamo, magari accordandosi pure con chi non lo vorrebbe proprio tutto come noi, ma un po’ sì, ed è quel po’ che conta; oppure se rimanere fedeli alla propria visione ideale, o ideologica, senza accettare compromessi, restando così sicuramente puri e integerrimi ai nostri occhi, ma senza di fatto riuscire a smuovere le cose di una virgola, perché in minoranza. E insomma, Piccolo nel suo libro, a un altro certo punto, tocca pure questo argomento, e lo fa quando si ritrova a parlare di Berlinguer – che, come sottolineano titolo e copertina, è l’altro protagonista del libro, oltre a Piccolo – e di quello che conosciamo oggi come “compromesso storico”:

Nel secondo articolo, Berlinguer va dritto al nucleo della questione: «Raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo».
[…] Nel terzo articolo, Berlinguer espone e motiva il suo progetto politico: il proletariato italiano è consistente, dice, ma rimane una minoranza; deve allearsi con il «ceto medio». Questo ceto medio è situato per la gran parte in area cattolica, e quindi fa riferimento alla Democrazia cristiana. Non solo: anche una gran parte delle masse lavoratrici è di espressione cattolica e si sente rappresentata dal partito «cristiano». È con quel ceto, e quindi con quel partito, e più precisamente con la parte progressista di quel partito, che bisogna allearsi: «Se è vero che una politica di rinnovamento democratico può realizzarsi solo se è sostenuta dalla grande maggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di una politica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale che favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica».
[…] Questo è il compito che si dà il Partito comunista italiano: non rinunciare alle distinzioni, ma operare per un’intesa.
[…] Le condizioni, quando sono diventato comunista, erano queste. […] Il compromesso storico era la soluzione per alimentare in modo concreto l’idea del progresso, per combattere in modo concreto gli intenti reazionari. Era quindi un’aria palpabile e viva.

Per carità, non che si possa anche solo lontanamente paragonare Renzi a Berlinguer, e ci mancherebbe altro – per quanto tutto sommato Renzi, in quanto cattolico e di sinistra (“diversamente di destra” direbbero alcuni, ma fa lo stesso), rappresenti un po’ il figlio, magari illegittimo, del disegno politico tentato da Berlinguer; e del resto, si potrebbe dire lo stesso dell’intero Pd. Non è questo il punto. Il punto è la visione che uno ha in mente sul come tentare di migliorare il mondo. E la visione di Berlinguer mi sembra evidente: mettersi d’accordo con chi quel mondo vuole cambiarlo almeno un po’ quanto noi, farsi maggioranza, e quindi cambiarlo di quel po’, andando avanti così, un po’ alla volta. Perché altrimenti il mondo non lo si cambia.

Quando sono diventato comunista, senza sapere fare altro che essere solidale con i più deboli e i più poveri di una partita di calcio, era questo il mondo che era stato preparato per me. Ciò che mi attirò subito, quando in modo sostanzialmente inconsapevole cominciai a sentirmi comunista – ciò che mi fece sentire diverso da mio padre e da mia madre e dai loro amici e da molti dei miei amici e compagni di scuola – fu questa sensazione molto sfocata nei contenuti ma molto netta nell’aria, di desiderio di cambiamento, di rinnovamento, di disponibilità verso il futuro. Era come se mi fossi staccato dal resto del mondo dove vivevo, soltanto per quest’aria che io sentivo e loro no. Se fossi stato costretto a sintetizzare la decisione di essere diventato comunista – quando ne sono diventato consapevole, negli anni successivi al gol di Sparwasser – avrei detto così: mio padre vuole che il mondo dove viviamo resti com’è, sempre uguale; io voglio cambiarlo, farlo diventare migliore.
Posso dire adesso, con lucidità, che quando diventai comunista, per me Berlinguer rappresentava un uomo pratico e intelligente che dava corpo, concretezza, a questa idea astratta del progresso: qualcuno che proponeva di costruire il futuro, accoglierlo, viverlo, comprenderlo, anche criticarlo, ma starci dentro. Ad altri sembrava poco il suo senso del progresso, a me bastava. Era temperato, ma, appunto, pratico ed evidente.

[foto Spiegel Online]

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