Sempre la stessa storia (?)

Anne Frank

Raccontare continuamente la cosa giusta, serve? Anzi meglio, raccontare continuamente la cosa giusta, ma banalmente giusta, nel senso che tutti, anche i pazzi, la sanno riconoscere come una cosa giusta ormai, serve a qualcosa? Aggiunge qualcosa che non sappiamo già sul suo essere giusto? Insomma, detta più volgarmente, educa? Me lo chiedo non in modo retorico, ma veramente interessato a trovare una risposta. Me lo chiedo come amante delle storie e della loro narrazione, del modo di raccontarle, del messaggio che veicolano. Ma me lo chiedo anche più semplicemente come utente, ascoltare, lettore di queste storie, che poi vuol dire chiederselo come uomo, individuo, persona qualunque. Non c’è il rischio, mi chiedo, di creare una sorta di effetto ridondante nel sottolineare una cosa così banalmente giusta? E non c’è il rischio che questo inutile eco produca poi alla fine l’effetto contrario, cioè quello di farci dire “che palle, ancora con ‘sta storia?”, e quindi di allontanarci da questa? Perché va bene che è una cosa giusta, ma qui c’è la crisi, le rate del mutuo, le cene noiosissime coi colleghi, la partita di coppa, la finale di X Factor; e tu stai ancora qui a raccontarmi le solite cose, che sento tutti gli anni, da quando sono nato? E allora sai che c’è vecchio mio? Io vado a farmi una birra giù al bar, oppure cambio canale, chiudo il giornale, clicco un altro link. Non sto mica qui ad ascoltare te, che mi vieni a raccontare una storia che già conosco, che lo so che mi insegna una cosa giusta, ma mi ha pure un po’ stancato ormai. Continua a leggere

Una gara elettorale

Dodo by John Tenniel

«Che cos’è una gara elettorale?» chiese Alice; non che le importasse granché saperlo, ma il Dodo si era fermato come se pensasse che qualcuno avrebbe dovuto parlare e pareva che nessun altro avesse voglia di farlo. «Ecco», disse il Dodo, «la cosa migliore per spiegarlo è farla». (E, poiché forse vi piacerebbe sperimentare la cosa di persona in una giornata invernale, vi racconterò quel che fece il Dodo.) Per prima cosa disegnò il tracciato della gara, in una specie di cerchio («la forma esatta non è importante» disse) e poi tutto il gruppo fu sistemato lungo il percorso, qua e là. Non ci fu nessun «Uno, due, tre, via», ma ciascuno cominciava a correre quando gli pareva, e la smetteva quando voleva smettere, così che non era facile capire quando finiva la gara. Tuttavia, dopo che ebbero corso per circa mezz’ora, e furono finalmente asciutti, il Dodo improvvisamente gridò: «Fine della gara!» Tutti gli si affollarono intorno ansimando e chiedendo: «Ma chi ha vinto?» A questa domanda il Dodo rispose soltanto dopo averci pensato su un bel po’; se ne restò a lungo immobile premendosi la fronte con un dito (tipica posizione nella quale è raffigurato Shakespeare), mentre gli altri attendevano in silenzio. Alla fine il Dodo disse: «Tutti hanno vinto, e tutti devono avere un premio». Si sentì allora un coro di voci: «Ma chi consegnerà i premi?» «Ma lei, naturalmente», disse il Dodo, indicando Alice con un dito; e subito tutta la compagnia le si affollò intorno, gridando confusamente: «I premi! I premi!»

Non so se Calderoli avesse letto Alice nel Paese delle Meraviglie prima di stendere la sua legge elettorale. Così, d’impulso, sarei portato a credere di no, visto il personaggio, ma potrei anche sbagliarmi, che magari Calderoli s’è divorato (nel senso che ha letto, sciocchini) tutta la letteratura inglese dell’ottocento, vai a sapere. Ad ogni modo, spero che quella che alla fine proporrà Renzi si discosti parecchio dal “Dodum”. Indipendentemente da chi ne dovesse poi essere il coautore.

[immagine Wikipedia]

Chiamare le cose con il loro vero nome

Hannah Arendt

Lo so che di impulso verrebbe da non dare peso alla nuova iniziativa della Lega Nord, che sul giornale di partito s’è inventata questa rubrichetta dove viene riportata quotidianamente l’agenda istituzionale del ministro per l’integrazione Kyenge. Un po’ perché quelli del Carroccio ci hanno ormai tristemente abituato a questo genere di iniziative, e come per tutte le abitudini, poi finisce che non ci si fa più caso; un po’ perché ci hanno sempre insegnato che non bisogna investire di troppe attenzioni e importanza le cretinate di chi ha pochi argomenti dalla sua, perché questo è proprio lo scopo delle sue cretinate: ricevere un’attenzione e un’importanza che altrimenti non avrebbe. Però poi mi è tornato in mente Christopher Hitchens e il suo invito a “non essere mai spettatore dell’ingiustizia e della stupidità”. Perché è così che ingiustizia e stupidità avanzano, giorno dopo giorno, centimetro dopo centimetro: con la forza dell’abitudine e della banalità. E l’unico modo per combatterle, allora, è quello di sottolineare ogni volta l’evidenza. Smascherare la banalità e non rassegnarsi all’abitudine. E questo lo si fa, anche ma non solo, chiamando ogni volta le cose con il loro vero nome. In questo caso, razzisti.

[foto Rai Educational]