Sempre la stessa storia (?)

Anne Frank

Raccontare continuamente la cosa giusta, serve? Anzi meglio, raccontare continuamente la cosa giusta, ma banalmente giusta, nel senso che tutti, anche i pazzi, la sanno riconoscere come una cosa giusta ormai, serve a qualcosa? Aggiunge qualcosa che non sappiamo già sul suo essere giusto? Insomma, detta più volgarmente, educa? Me lo chiedo non in modo retorico, ma veramente interessato a trovare una risposta. Me lo chiedo come amante delle storie e della loro narrazione, del modo di raccontarle, del messaggio che veicolano. Ma me lo chiedo anche più semplicemente come utente, ascoltare, lettore di queste storie, che poi vuol dire chiederselo come uomo, individuo, persona qualunque. Non c’è il rischio, mi chiedo, di creare una sorta di effetto ridondante nel sottolineare una cosa così banalmente giusta? E non c’è il rischio che questo inutile eco produca poi alla fine l’effetto contrario, cioè quello di farci dire “che palle, ancora con ‘sta storia?”, e quindi di allontanarci da questa? Perché va bene che è una cosa giusta, ma qui c’è la crisi, le rate del mutuo, le cene noiosissime coi colleghi, la partita di coppa, la finale di X Factor; e tu stai ancora qui a raccontarmi le solite cose, che sento tutti gli anni, da quando sono nato? E allora sai che c’è vecchio mio? Io vado a farmi una birra giù al bar, oppure cambio canale, chiudo il giornale, clicco un altro link. Non sto mica qui ad ascoltare te, che mi vieni a raccontare una storia che già conosco, che lo so che mi insegna una cosa giusta, ma mi ha pure un po’ stancato ormai.

Oggi è il Giorno della Memoria, il cui scopo nobilissimo è quello di ricordarci, ogni anno, di cosa è stata capace la nostra specie animale nel momento in cui si è ritrovata a essere molto più animale del solito. È uno scopo giusto, ovviamente, che ci educa al fine di non farci toccare mai più un picco così basso, ed educa soprattutto le nuove generazioni, che di quella pagina buia della nostra storia non hanno, appunto, memoria. Ed è anche un insegnamento di cui c’è indiscutibilmente bisogno, tanto più di questi tempi che alle volte svelano segnali e contesti così sinistramente simili a quelli di allora. Eppure ho paura che ormai faccia più danni che altro. Che abbia finito con l’assumere le sembianze del pippone che nostro nonno ci ripete ad ogni pranzo domenicale, quello che comincia sempre con “ai miei tempi…”. E noi magari l’ascoltiamo pure, ché è pur sempre nostro nonno, però intimamente non possiamo che pensare “che palle, ancora con ‘sta storia? Sì, la ruzzola sarà stata figa quanto ti pare, ma vuoi mettere con GTA V?”. E se il mittente non trova il modo di rendere accattivante il messaggio, non c’è la benché minima possibilità che il suo contenuto faccia breccia nel destinatario, è la prima cosa che si insegna ai corsi sulla comunicazione (sic). Quindi non lo so, magari la sparo troppo grossa, ma forse c’è bisogno di ripensare a come raccontare certe cose, soprattutto quelle noiosamente giuste. Uno spot virale su internet? Un FPS ambientato in un campo di concentramento? Una partita di calcio nazisti contro ebrei? Un talent per aspiranti kapo? Fate voi.

Del resto, quando i media cambiano, e con essi anche il gusto del pubblico, è un atteggiamento miope ostinarsi a usare ancora modi e mezzi passati di moda. Certo, capisco l’obiezione di chi pensa che così si corra il rischio di “sporcare” un messaggio tanto nobile, che se bisogna mettergli addosso un vestito tanto appariscente poi si finisca col guardare più a quello che a ciò che gli sta sotto, insomma, che la confezione abbia il sopravvento sul suo contenuto. Ma pensateci un attimo, quale narrazione cattura meglio la nostra attenzione oggi, riuscendo quindi a trasmettere il suo messaggio, che poi è la cosa che più conta: quella de Il diario di Anna Frank, o quella de La vita è bella? Eppure raccontano entrambe la stessa storia.

[foto Anne Frank House]

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