De greit biuti (considerazioni inutili sulle ultime settimane di Renzi)

Greater flamingo

Di cose, all’interno del panorama politico italiano, ne sono successe nell’ultimo mese. Che queste cose siano in grado di produrre effetti concreti e rilevanti per le sorti del Paese è ancora presto per dirlo. Di certo, però, di spunti di riflessione ne hanno offerto parecchi. Io, non trovando nulla di meglio di fare (lo so, lo so), ho passato gli ultimi giorni a buttare giù le mie, di riflessioni, cercando di mettervi un po’ d’ordine, ché si sa, le cose si capiscono meglio se le lasci qualche giorno a fermentare. Ecco, quello che segue è appunto il mio tentativo di capirci qualcosa, sulle scelte di Renzi, ma vi avverto: partirò da lontano, sarò lungo, e pure noioso. Per cui, se non avete tempo da perdere – e chi ne ha, del resto – fareste meglio a fermarvi qui. Io vi capirò. Per quelli che pensano di proseguire, invece, be’, sappiate che partiremo addirittura dal sempre caro Winston Churchill, e più precisamente da una delle tante frasi leggendarie che gli vengono spesso attribuite, ovvero: “Se Hitler invadesse l’inferno, io farei quanto meno un rapporto favorevole al diavolo alla Camera dei Comuni”.

Perché, davvero, ho impiegato tanto tempo a trovare un senso all’incontro Renzi-Berlusconi che ha portato all’accordo sulla nuova legge elettorale – subito arenatasi in Parlamento, ma su questo ci torneremo dopo – che è la prima questione degna di nota successa nelle ultime settimane (ve l’avevo detto che partivo da lontano). Perché l’Italicum, così com’è stato disegnato, non solo non è una buona legge elettorale, ma sembra addirittura una legge elettorale costruita apposta per favorire il centrodestra, o Berlusconi, se preferite, con Casini che non per niente ha già fatto il suo ritorno a casa (delle libertà). Dunque? Che il boy scout di Firenze si sia lasciato fregare dal caimano di Arcore? Sarebbe un modo piuttosto banale di liquidare la faccenda. In verità, e qui il riferimento a Churchill, credo che semplicemente Renzi abbia pensato a quale fosse il male peggiore, trovando per una volta qualcuno persino peggio del diavolo ad incarnarlo; nella circostanza, il Führer di Genova.

E in effetti Grillo lo è davvero, peggio del diavolo, e per diverse ragioni, anche se qui tralasceremo quelle riconducibili alla sostanza e ai modi della sua politica, per concentrarci invece sull’aspetto più rilevante dal punto di vista sistemico, ovvero la minaccia che il suo movimento apporta alla costruzione di quel bipolarismo così tanto agognato, da Matteo, e da tutti quelli che vorrebbero vedere l’Italia entrare finalmente nel club degli Stati con forme di governo funzionali e funzionanti. E allora ben venga il patto con il diavolo, se questo riesce a penalizzare Hitler, e poi tra il demonio e l’evangelista che vinca il migliore. Si spiegano così la soglia del 35% – che molto probabilmente diverrà del 37% – per avere il premio di maggioranza al primo colpo, e il ballottaggio tra le due coalizioni che ci vanno più vicino nel caso nessuno riuscisse ad arrivarci. In altre parole, anche se sa che il centrodestra potrebbe arrivare più in alto del Pd, la speranza, più che fondata, di Renzi è che non ottenga il premio, convinto com’è di poter battere Berlusconi poi al ballottaggio. Del resto, tra le cose in cui difetta, non c’è certo l’alta considerazione di sé e la convinzione nei propri mezzi.

Peccato solo che la sua mossa successiva, e qui veniamo al secondo avvenimento importante del mese scorso, gli abbia fatto perdere parecchia credibilità, tanto agli occhi dell’elettore medio che del sostenitore dell’ultima ora, minando così un po’ le sue probabilità di vittoria. Ma anche qui c’è da chiedersi se non abbia messo in conto anche questo, all’interno di un calcolo politico più ampio. Ecco, come hanno scritto altri, io non penso che Renzi sia impazzito tutto d’un colpo. Penso anzi che Renzi abbia messo in atto un finissimo ragionamento che l’abbia portato inevitabilmente e razionalmente a prendere una decisione rischiosissima per la sua carriera. Insomma, a giocare la carta della disperazione, quella che di solito usi solo una volta arrivato ai minuti di recupero, pure se la partita per lui in verità sembrava appena cominciata. Perché se scegli di contraddire nei fatti tutto quello che sei andato dicendo per mesi e fino al giorno prima, vuol dire che ti stai giocando il tutto per tutto. Vuol dire accettare di passare per quello incoerente, che non mantiene le promesse, che anche se si spaccia per altro è in verità parte della casta, della vecchia politica, dei giochi di palazzo, “rappresentante delle banche e dei poteri forti”. E allora perché farlo? Perché decidere di punto in bianco di rubare il posto a un serenissimo Enrico Letta senza passare dalle elezioni? E soprattutto, perché farlo ora?

Per trovare una risposta che abbia un minimo di senso occorre forse uscire dai confini nazionali ed addentrarsi all’interno dell’Europa. Perché mancano ormai appena due mesi alle elezioni del Parlamento europeo: elezioni che dovrebbero rappresentare lo strumento attraverso cui i cittadini dell’Unione esprimono la direzione che vorrebbero imprimere all’Europa, e che invece finiscono sempre inesorabilmente imbrigliate nelle soffocanti reti della politica nazionale – e questo, va detto, non accade solo nel nostro Paese. Si dirà che anche questo dopotutto è un modo di imprimere una direzione all’Europa, ma, lasciatemelo dire, quale spreco! Ad ogni modo, quel che è certo, è che alle europee gli elettori, non dovendo fare alcun calcolo di costo-opportunità, tipici quando invece è in ballo la composizione delle camere nazionali, finiscono per dare le proprie preferenze ai partiti cui si sentono più ideologicamente vicini. Questo significa che i partiti più piccoli in genere aumentano di molto le loro percentuali, ai danni dei partiti più grandi, quelli che si contengono la maggioranza in Parlamento. Sel, Idv, Lega Nord e persino i partiti (ex?)comunisti hanno sempre avuto successo alle europee: succederà anche questa volta. Anzi, succederà ancora di più questa volta. Negli ultimi anni, infatti, complice la crisi, l’Europa ha visto ingigantirsi le schiere dei partiti e movimenti anti-europeisti, che vedono nelle elezioni europee una sorta di referendum sul continuare o meno a farne parte. A questo dovrebbe poi essere sommato l’effetto di quella legge non scritta che vede sempre il partito di governo perdere parte del suo consenso durante la legislatura; magari perderne poco se è stato bravo, almeno nella percezione dell’elettorato, ma comunque perderlo.

Capiamoci, la politica è fatta di tante cose, alcune persino nobili, ma è innanzitutto matematica, e la matematica ci dice che tra due mesi il Pd, in quanto grande partito, azionista di maggioranza, quando non unico, di governo, e di stampo europeista, prenderà schiaffi da tutte le parti. Verrà rosicchiato un po’ alla sua sinistra a vantaggio di Sel e degli altri partiti rossi. Perderà il confronto con Forza Italia che potrà impostare una campagna elettorale contro l’azione di governo – Berlusconi era maestro in questo anche quando era lui il governo. Ma soprattutto verrà schiacciato dalla forza anti-europeista del Movimento 5 Stelle che potrà aizzare le folle più del solito con gruppi Bilderberg e uscite dall’euro. Risultato: una batosta, l’ennesima, per il Pd, nonostante tutte le promesse renziane di #cambiversi e #voltebuone. E se fate un piccolo sforzo di immaginazione, potete pure già riuscire a sentirli, i tanti non renziani della segreteria, o renziani di facciata, cominciare a mugugnare “vedete, anche con lui non si vince lo stesso”, “altro che accelerazioni, cambi di passo: non è riuscito ad andare #controvento”, fino al, per la legge del contrappasso, “Renzi, chi?”. Del resto, che all’interno del Partito Democratico tanti soffrano il premierato di Matteo, al netto di tutti i salti sul camper del vincitore, non è un mistero, e il plebiscito ricevuto in Direzione non rappresenta certo la conversione dei già fu centouno, fulminati sulla Via Cassia verso Firenze, ma semmai i tanti baci di Giuda di quelli che sperano di vedere il segretario annegare nella solita palude. Come posso evitare tutto questo, deve aver pensato Renzi. Be’, di certo non restando prodianamente ad aspettare sulla sponda del fiume.

Qui devo fare qualcosa, deve essersi risposto l’ex-sindaco più famoso d’Italia. Devo dare qualcosa di concreto agli elettori, qualcosa da poter usare in campagna elettorale, e, per riuscire ad evitare la sicura disfatta di maggio, deve essere qualcosa di grosso, qualcosa che nessuno è mai riuscito a fare prima: qualcosa come la riforma della legge elettorale, o del Titolo V della Costituzione, o del lavoro. Dimostrare di essere capace di far seguire i fatti alle mie parole. E questo piano, è ormai evidente, Renzi ha provato a metterlo in atto da subito, pur restando fuori dal governo, appena diventato segretario del Pd. Costi quel che costi, foss’anche un accordo con il nemico giurato di sempre in grado di riabilitarne una mai così sbiadita immagine. Qualsiasi cosa pur di riuscire a creare un’associazione tra il suo nome e un risultato politico storico. Sfortunatamente per lui, la riforma della legge elettorale non ha resistito neanche un giorno al fuoco amico degli emendamenti (ve l’avevo detto che ci sarei tornato). Cosa avrebbe potuto fare allora dalla sua scrivania in Largo del Nazareno? Andare muso contro muso contro Letta, aprire una faida interna, una guerra fratricida – l’ennesima in seno al centrosinistra – per imporre la sua linea, finendo però per alimentare i malumori interni di cui sopra? Meglio di no. E così il buon Matteo si è ritrovato in fuorigioco, con le mani legate e senza più carte da giocare: spettatore della partita che ne avrebbe deciso di lì a poco il destino, la vita, politicamente parlando. Allora la scelta, a questo punto, non poteva essere che quella: scendere in campo, proprio come giù prima di lui Voi-sapete-chi.

Sì, non è stato bello vedere il segretario democratico pugnalare un ormai maestro zen presidente del Consiglio alle spalle, anzi no, a viso aperto, strafottente e insensibile davanti al sacrificio che andava compiendosi in quella staffetta con delitto, consumatasi in fretta nel corso della stretta di mano più breve che la storia ricordi. E forse è stato persino irrispettoso nei confronti di un Letta senza altre colpe se non quella di essere stato messo a capo di uno dei peggiori governi degli ultimi decenni. Ma è stato inevitabile, diretta conseguenza della disperazione di Renzi, messo all’angolo senza la possibilità di parere tutti i colpi. Il fatto cruciale, però, è che anche questa mossa – non così sofferta, come invece sarebbe stato più bello a vedersi – rischia nella sostanza di non offrire nessun appiglio, nessun riparo, a Renzi. Troppi e troppo forti al momento gli avversari. Poche e troppo deboli le armi a sua disposizione. Un’impresa impossibile per chiunque, anche per uno come lui, che è sempre riuscito ad ottenere qualcosa in più rispetto ai pronostici, anche quelli più ottimistici.

Il Parlamento in cui si trova ad operare, in fin dei conti, è sempre quello, paludoso, che ha tenuto immobilizzato – un per la verità poco incline a muoversi già di suo – Enrico Letta, e che ancora prima ha addirittura impedito la partenza di – un appesantito dalla soma politica che si portava appresso – Pier Luigi Bersani. La conseguenza di questo si è vista subito con la nomina dei ministri, rilevatasi alla fine non troppo renziana, o comunque molto meno di quanto ci si sarebbe aspettati. D’altro canto, difficilmente sarebbe potuta andare in modo diverso, viste le tante strette di mano obbligate per far quadrare i conti della maggioranza. Lecito quindi chiedersi se ne valesse la pena per Renzi – per noi sicuramente no – di scontare un turno in prigione, invece che tornare direttamente al via con nuove elezioni. Ma il fatto è che forse a Renzi non importasse così tanto la composizione del suo governo; l’unica cosa importante per lui è riuscire a cambiare questa benedetta legge elettorale. Anche perché tornare subito alle urne ha smesso di essere una scelta percorribile nell’attimo in cui la Consulta ha cancellato il diabolico premio di maggioranza del Porcellum, trasformandolo di fatto in un proporzionale puro, che con la tripartizione attuale dell’elettorato italiano porterebbe alla formazione di un Parlamento ancora peggiore dell’attuale, per quando difficile a credersi. Quindi no, di andare a votare non se ne parla, finché non sarà approvata una nuova legge elettorale.

Ed eccoci così arrivati finalmente all’oggi. Mentre state leggendo questo righe, infatti, alla Camera è ripresa la discussione sulla riforma. Se dovesse passare l’emendamento D’Attorre – che sembra aver guadagnato un buon consenso nelle ultime ore – l’Italicum potrebbe prendere realmente corpo, e allora nulla ostruirebbe più la strada del voto. Non che le cose cambino chissà quanto, dal momento che al Senato si continuerebbe a votare con il Porcellum versione reloaded, ed è lì che mancano sempre i numeri per una maggioranza, non alla Camera. Questo significa che in tutta probabilità non potranno esserci comunque elezioni anticipate fino alla revisione della Senato, che in quanto riforma costituzionale ha tempi lunghissimi – si parla di un anno, come minimo. Eppure potrebbe permettere a Renzi di segnare il punto, rispettare la propria promessa, portando da Napolitano il testo della nuova legge elettorale. Ecco, nonostante tutti i limiti e le contraddizioni dell’Italicum cui si è già accennato, sembra essere proprio questa l’unica speranza per Renzi di non cadere vittima di Roma, che come ormai saprete (ché tanto ieri sera l’abbiamo visto tutti La Grande Bellezza) è una città che “ti fa perdere un sacco di tempo”, con i suoi trenini che “non vanno da nessuna parte”. Be’, spiace per Matteo, ma sembra più probabile svegliarsi con uno stormo di fenicotteri rosa appollaiati in terrazzo.

[foto National Geographic]

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