Verso nuovi Equilibri

Quelli di Equilibriarte sono degli amici, quindi non mi metterò qui a parlarne bene, ché sennò poi mi accusate di essere di parte. Vi dico solo che, se vi piace l’arte e la fotografia, può rivelarsi davvero un bel posto in cui entrare. Che poi, se vi piace l’arte e la fotografia, probabile che già lo conosciate da tempo. In ogni caso, la cosa importante è che da ieri pomeriggio sono online con un sito tutto nuovo pieno di novità interessanti che a quanto pare ha già incassato un sacco di complimenti. Quindi, ecco, mettetevelo tra i preferiti e andataci a fare un giro di tanto in tanto. Magari potrà capitarvi pure di imbattervi in cose scritte da me.

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Leaving Macerata

Alla fine, l’ho capito, è come per il parcheggio, che non avevo neanche fatto in tempo ad arrivare alla macchina che subito un’altra si era fermata lì di fianco, l’abitacolo pieno di valigie e borsoni, e due ragazzi annoiati e infastiditi dal sole della mattina, che pure se è fine settembre scotta lo stesso, seduti davanti ad aspettare che io mettessi dietro il mio di borsone e partissi lasciando loro il posto, perché è così che funziona, via uno dentro l’altro, continuamente, ma l’ho capito solo dopo, mentre guidavo per tornare ad Ancona, e ripensavo alla sensazione strana che avevo provato poco prima, quando avevo chiuso per l’ultima volta la porta della casa in cui ho vissuto negli ultimi tre anni, in via Francesco Crispi 155, a Macerata, con la consapevolezza che non ci sarei più rientrato, che le chiavi l’avevo appena lasciate sul tavolo assieme a un bigliettino di saluti per chi le stringerà tra poco, e se le porterà con sé in tasca, e magari ogni tanto se le dimenticherà pure, che succede a tutti, e mentre ero lì che ancora guidavo, e intanto pensavo alla porta, e alle chiavi, e al parcheggio, ho avuto paura che tre anni non siano stati niente, perché il tempo va veloce, e ti frega, e così ho alzato il tappo dello specchietto incorporato nel parasole, che tanto lo tengo sempre abbassato, per vedere se ero invecchiato, che poi lo sapevo già di essere invecchiato, ma lo volevo vedere lo stesso, perché volevo essere sicuro, che non è mica vero che tre anni non sono niente, che io nei tre anni in cui ho vissuto lì a Macerata ho avuto due compagni di stanza e nove coinquilini diversi, senza parlare di tutti quelli che abbiamo ospitato sul divano o in qualche branda, e di tutti quelli che sono venuti a pranzo, o a cena, che alle volte non bastavano neanche le sedie, e sì che ne avevamo tante, la maggior parte mezze rotte, ma comunque tante, e mentre ci pensavo ho capito che quella sensazione strana che avevo provato forse era nostalgia, che insomma, una volta chiusa la porta, m’avesse preso quel senso di nostalgia delle cose quando finiscono, che io non sono uno nostalgico, ma mi sa che m’aveva preso lo stesso, perché poi ho pensato a cosa era significato vivere lì per tre anni, tipo tornare dopo il weekend e scoprire che il tuo coinquilino ti aveva bruciato l’accappatoio perché mentre era con una tipa l’aveva messo sopra la lampada, per fare atmosfera, e gli aperitivi due-per-uno al Bar Duomo, che non si mangiava mai niente, e alle nove si era già tutti sbronzi, che poi quella è sempre stata l’ora migliore per sbronzarsi, e quando l’ultimo anno l’hanno chiuso non si sapeva più che fare la sera, e tutte quelle volte che non ho preso l’ombrello perché tanto c’è un sole che spacca le pietre, e finita la lezione due ore dopo mi toccava tornare a casa sotto il peggiore dei temporali, che a Macerata cade ogni anno la stessa quantità di pioggia di Londra, e il morire di freddo d’inverno, che la casa con quel soppalco era troppo alta per dei termosifoni così piccoli, e non c’era verso di scaldarla, che quando il termostato segnava sedici gradi era una festa, e l’andare a fare la spesa insieme, che ogni volta ci si scordava qualcosa, ma una cassa da quindici bottiglie di birra da sessantasei, quella la si prendeva sempre, e allora ci dicevamo che dovevamo razionarla un po’, e invece a cena finita metà cassa se n’era già andata, e il mettersi a cucinare insieme, che di solito facevamo sempre le solite cose, tipo le insalatone con dentro di tutto e i classici spaghetti aglio-olio-e-peperoncino, ma poi una volta avevamo fatto pure due teglie di melanzane alla parmigiana, e l’avevamo finite tutte, in cinque, e alla fine stavamo male, e tutte quelle volte che ci eravamo fatti portare cibo cinese a domicilio dicendoci ogni volta che sarebbe stata l’ultima, che il cibo cinese non fa bene, e invece la settimana dopo eravamo un’altra volta lì a ingozzarci di riso alla cantonese, e poi i film sul divano, che anche se ne avevamo tanti così di dvd masterizzati, non si riusciva mai a trovarne uno che non avesse visto nessuno, e allora toccava scaricarne qualcuno appena uscito, e vederlo sul computer, che poi bisognava collegarci l’impianto stereo che ha sempre avuto dei bassi potentissimi, ma solo quelli, per cui alla fine quando i personaggi parlavano sembrava di stare dentro un aereo e non si sentiva niente lo stesso, e sempre mentre ero lì che guidavo pensavo che a fare tutto questo, adesso, nella casa in cui ho vissuto negli ultimi tre anni, ci sarà qualcun altro, e magari staccheranno le cose appese alle pareti per mettercene delle altre, e butteranno l’intera collezione di bottiglie di birra che occupa tutte e tre le grosse mensole della sala per cominciarne una loro, e forse butteranno finalmente via tutte le sedie rotte e ne prenderanno di nuove, perché è così che funziona, via uno dentro l’altro, come per il parcheggio, che alla fine l’ho capito, e per questo durante tutto il tempo che ero lì che guidavo, ma anche dopo, che ero arrivato a casa, e pure adesso, che sto scrivendo, m’ha preso quel senso di nostalgia delle cose quando finiscono, che io non sono uno nostalgico, ma m’ha preso lo stesso, ecco, e vorrei vedere voi al mio posto.

Tanto per cominciare

Mesi fa, vai a sapere in risposta a quale impulso, ho aperto questo blog. Ci ho perso del tempo, per dargli una forma minimamente piacevole, almeno ai miei occhi, e prendere confidenza con WordPress, ma poi l’ho lasciato lì, dormiente, in un minuscolo angolo dell’internet. Quelli, pochi, che facendo chissà quale giro vi ci si sono imbattuti, da allora non hanno trovato che il post sottostante ad attenderli. Post che, per la cronaca, in un primo tempo avrebbe dovuto essere temporaneo, ma che ho ora invece deciso di tenere, perché penso che con la natura di questo blog, nonché con l’atto stesso di scrivere, c’entri eccome. Non che non sapessi cosa farci, in verità, di questo blog. Di cose da dire ne avevo, e ne avrei. Cose che spero possano essere considerate, quando non giuste, quantomeno intelligenti, o anche solo interessanti. Semmai, molto spesso a mancarmi è stato il tempo – argomento che occupa da sempre il gradino più alto nella piramide delle mie considerazioni, e che sono sicuro tornerà fuori spesso su queste pagine – ma non è stato neanche questo a frenarmi. Continua a leggere

all work and no play makes jack a dull boy

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