Chiamare le cose con il loro vero nome

Hannah Arendt

Lo so che di impulso verrebbe da non dare peso alla nuova iniziativa della Lega Nord, che sul giornale di partito s’è inventata questa rubrichetta dove viene riportata quotidianamente l’agenda istituzionale del ministro per l’integrazione Kyenge. Un po’ perché quelli del Carroccio ci hanno ormai tristemente abituato a questo genere di iniziative, e come per tutte le abitudini, poi finisce che non ci si fa più caso; un po’ perché ci hanno sempre insegnato che non bisogna investire di troppe attenzioni e importanza le cretinate di chi ha pochi argomenti dalla sua, perché questo è proprio lo scopo delle sue cretinate: ricevere un’attenzione e un’importanza che altrimenti non avrebbe. Però poi mi è tornato in mente Christopher Hitchens e il suo invito a “non essere mai spettatore dell’ingiustizia e della stupidità”. Perché è così che ingiustizia e stupidità avanzano, giorno dopo giorno, centimetro dopo centimetro: con la forza dell’abitudine e della banalità. E l’unico modo per combatterle, allora, è quello di sottolineare ogni volta l’evidenza. Smascherare la banalità e non rassegnarsi all’abitudine. E questo lo si fa, anche ma non solo, chiamando ogni volta le cose con il loro vero nome. In questo caso, razzisti.

[foto Rai Educational]

La Cometa Hyakutake

Beh, ormai credo tutti voi l’abbiate letto, visto, sentito, twittato, condiviso: ieri, più o meno a quest’ora, si è dimesso il Papa. Io purtroppo non sono un esperto di diritto canonico, né di segreti vaticani, come invece ho scoperto essere la maggioranza degli italiani, per cui non ho molto da dire al riguardo. Più che altro, diciamo che a me ‘sta cosa che anche il papa può dimettersi, non lo so il motivo, ma mi ha dato un gran senso di sollievo. Forse perché riporta tutto, anche l’incarico di portavoce di dio, ad una dimensione più a misura d’uomo. Un modo per ribadire che il benessere della persona viene, sempre e comunque, prima di tutto il resto, anche quando questa persona è il papa. E, insomma, a me è sembrata subito una cosa molto bella. Speriamo solo se ne ricordino anche quando ci sarà da discutere del benessere di altre persone, lì in Vaticano.

Ad ogni modo, più che discutere delle dimissioni del Papa, mi interessava fermare un attimo questo momento, metterlo nero su bianco. Perché, a parte le battute e i commenti ironici che ci hanno occupato per gran parte della giornata di ieri, non lo so mica se ci abbiamo riflettuto tanto su cosa voglia dire storicamente questa cosa. Come quando vai a vedere il Giudizio Universale di Michelangelo, tanto per rimanere da quelle parti, che finché ci stai con la faccia attaccata, non ce la fai a renderti conto di quanto sia enorme, magnifico, straordinario. E noi mi sa che abbiamo ancora la faccia attaccata. Voglio dire, io non me ne intendo tanto, ma ho letto che ‘sta cosa del papa che si dimette è successa solo altre cinque volte in quasi duemila anni di storia. L’ultima nel 1415. Qualcosa come la Cometa Hyakutake, che “passa una volta ogni settantamila anni”, eppure a noi non frega granché. Solo che non ho capito ancora se a noi non frega granché “perché domani c’è da dare il ramato”, oppure perché non siamo più in grado di coglierne il senso. La storia la intendiamo ormai come qualcosa del tutto personale, che riguarda solo noi, e non come qualcosa di collettivo, che riguarda l’intera umanità. Nel primo caso forse va anche bene, che non ci frega un granché della Cometa Hyakutake; nell’altro un po’ meno, mi sa.

Farci l’abitudine, ahimè

Quello che sta emergendo dalle prime indagini sui lacrimogeni di via Arenula, cioè che non siano stati lanciati dall’interno del Ministero della Giustizia, ma solo rimbalzati sulla parete dell’edificio e poi caduti a terra sulla folla, sembra oggettivamente più che plausibile sotto diversi aspetti. Aspetti che sono stati ben evidenziati sia da Il Post che da Massimo Lugli de La Repubblica, avvalorando quindi la versione data dal questore di Roma, Fulvio Della Rocca, e confermata poi anche dalla perizia del Ra.C.I.S. arrivata ieri pomeriggio. Ciò è senz’altro un bene, perché è meglio sbagliare mira piuttosto che sospendere la democrazia. È meglio l’imperizia dell’abuso. Come è un bene il fatto che sia il Ministro Cancellieri che il Ministro Severino stiano comunque portando avanti le indagini nel tentativo di arrivare a stabilire una verità che vada al di là di ogni possibile dubbio.

Ciò che è male, invece, è che in molti eravamo pronti a credere che quei lacrimogeni potessero essere stati veramente lanciati dall’interno del Ministero. Che in molti, davanti alla gravità del fatto, eravamo pronti a far prevalere comunque l’“ormai non ci stupisce più niente”. Del resto, quando ad uccidere è un sasso vagante e non un proiettile, o quando si arrestano pericolosi criminali pronti a colpire nascosti dentro la scuola Diaz, o quando un giovane ragazzo col corpo tumefatto viene dichiarato morto per cause naturali, poi che dei lacrimogeni possano essere sparati dall’interno di un Ministero non ti sembra più così assurdo. Ecco, ciò che è male, è che alla fine anche su certe cose ci fai comunque il callo.

E proteggimi dai lacrimogeni

Queste paese ci ha tristemente abituato agli abusi delle proprie forze di polizia. Il G8 è ancora lì, come una ferita aperta che non si può, o non si vuole, rimarginare, e chissà per quanto ancora resterà tale. Ed esiste il pericolo ormai, come accade sempre quando ci si abitua alle cose, di non prestare più la dovuta attenzione a certi episodi. O al contrario, in una logica tipicamente da ultras, di segnarseli tutti con il desiderio, un giorno, di vendicarli uno per uno.

Ma è bene che i lacrimogeni lanciati l’altro ieri dal palazzo del Ministero della Giustizia non rientrino in questo elenco: quello delle esagerate e superflue manganellate, o degli spaventosi ed inutilmente violenti arresti. Quei lacrimogeni rappresentano qualcosa di ben più grave. Perché qui le forze dell’ordine non si sono soltanto nascoste dietro il solito, fastidioso, scudo dell’anonimato, che da sacrosanta difesa per chi ha il difficile compito di gestire l’uso della forza diventa troppo spesso propellente per sfogare la propria prepotenza. Qui lo scudo è rappresentato addirittura da un palazzo dello Stato, quello Stato che è il custode ultimo del monopolio legittimo della forza, affidatogli proprio dai cittadini per essere difesi. Ecco, qui lo scudo sono diventati i cittadini stessi, lo scudo sono diventato io, perché quel palazzo ci e mi rappresenta.

Ecco perché io, fossi nei panni del Ministro Severino e del Ministro Cancellieri, renderei prioritario su qualsiasi altra cosa trovare e punire i responsabili. Occorre bucare il muro di gomma dell’omertà che viene solitamente eretto quando accadono episodi come questo. Così come occorre evitare di ammorbidire la mano della giustizia, in apparenza sempre molto delicata quando deve abbattersi contro i tutori dell’ordine. Ed occorre farlo anche velocemente. Perché un Governo che già non possiede la legittimità elettorale per governare, non può permettersi di far passare anche solo l’idea di amministrare in maniera illegittima pure il potere coercitivo di cui è monopolista. Rischierebbe di perdere tanta della sua già discussa credibilità. E non so se sia un bene che questo accada.