De greit biuti (considerazioni inutili sulle ultime settimane di Renzi)

Greater flamingo

Di cose, all’interno del panorama politico italiano, ne sono successe nell’ultimo mese. Che queste cose siano in grado di produrre effetti concreti e rilevanti per le sorti del Paese è ancora presto per dirlo. Di certo, però, di spunti di riflessione ne hanno offerto parecchi. Io, non trovando nulla di meglio di fare (lo so, lo so), ho passato gli ultimi giorni a buttare giù le mie, di riflessioni, cercando di mettervi un po’ d’ordine, ché si sa, le cose si capiscono meglio se le lasci qualche giorno a fermentare. Ecco, quello che segue è appunto il mio tentativo di capirci qualcosa, sulle scelte di Renzi, ma vi avverto: partirò da lontano, sarò lungo, e pure noioso. Per cui, se non avete tempo da perdere – e chi ne ha, del resto – fareste meglio a fermarvi qui. Io vi capirò. Per quelli che pensano di proseguire, invece, be’, sappiate che partiremo addirittura dal sempre caro Winston Churchill, e più precisamente da una delle tante frasi leggendarie che gli vengono spesso attribuite, ovvero: “Se Hitler invadesse l’inferno, io farei quanto meno un rapporto favorevole al diavolo alla Camera dei Comuni”. Continua a leggere

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Una gara elettorale

Dodo by John Tenniel

«Che cos’è una gara elettorale?» chiese Alice; non che le importasse granché saperlo, ma il Dodo si era fermato come se pensasse che qualcuno avrebbe dovuto parlare e pareva che nessun altro avesse voglia di farlo. «Ecco», disse il Dodo, «la cosa migliore per spiegarlo è farla». (E, poiché forse vi piacerebbe sperimentare la cosa di persona in una giornata invernale, vi racconterò quel che fece il Dodo.) Per prima cosa disegnò il tracciato della gara, in una specie di cerchio («la forma esatta non è importante» disse) e poi tutto il gruppo fu sistemato lungo il percorso, qua e là. Non ci fu nessun «Uno, due, tre, via», ma ciascuno cominciava a correre quando gli pareva, e la smetteva quando voleva smettere, così che non era facile capire quando finiva la gara. Tuttavia, dopo che ebbero corso per circa mezz’ora, e furono finalmente asciutti, il Dodo improvvisamente gridò: «Fine della gara!» Tutti gli si affollarono intorno ansimando e chiedendo: «Ma chi ha vinto?» A questa domanda il Dodo rispose soltanto dopo averci pensato su un bel po’; se ne restò a lungo immobile premendosi la fronte con un dito (tipica posizione nella quale è raffigurato Shakespeare), mentre gli altri attendevano in silenzio. Alla fine il Dodo disse: «Tutti hanno vinto, e tutti devono avere un premio». Si sentì allora un coro di voci: «Ma chi consegnerà i premi?» «Ma lei, naturalmente», disse il Dodo, indicando Alice con un dito; e subito tutta la compagnia le si affollò intorno, gridando confusamente: «I premi! I premi!»

Non so se Calderoli avesse letto Alice nel Paese delle Meraviglie prima di stendere la sua legge elettorale. Così, d’impulso, sarei portato a credere di no, visto il personaggio, ma potrei anche sbagliarmi, che magari Calderoli s’è divorato (nel senso che ha letto, sciocchini) tutta la letteratura inglese dell’ottocento, vai a sapere. Ad ogni modo, spero che quella che alla fine proporrà Renzi si discosti parecchio dal “Dodum”. Indipendentemente da chi ne dovesse poi essere il coautore.

[immagine Wikipedia]

Per quanto noi ci crediamo assolti

Rubens; The Massacre of the Innocents

Un pensiero veloce sull’abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti, o del finanziamento pubblico, come ha freudianamente scritto il capo di governo Enrico Letta su Twitter, tutto soddisfatto per essere riuscito nell’impresa (sempre che sia un’impresa di cui vantarsi, e sempre che ci sia riuscito davvero). Come a dire: inutile fingere, chiamiamo le cose con il proprio nome, che i rimborsi elettorali non hanno mai mirato ad essere, appunto, dei rimborsi elettorali, ma sempre e solo un finanziamento pubblico sotto falso nome. E poco importa se il finanziamento pubblico ai partiti avrebbe dovuto smettere di esistere anni fa, dopo che eravamo andati a votare per far sì che questo accadesse.

Un pensiero veloce per fotografare questo momento. Perché questo, lo sappiamo, è un Paese che non ha memoria, tanto che oggi siamo lì a esultare per la sentenza della Corte Costituzionale circa la legge elettorale, dopo aver passato gli ultimi mesi a chiederne l’abolizione o la modifica, e a ricorrere fino al terzo grado di giudizio per veder ripristinato il nostro diritto alle preferenze. E non ci ricordiamo che eravamo stati noi, vent’anni fa, a chiedere che non si dovessero più usare, queste benedette preferenze, perché era venuto fuori, guarda un po’ tu, che con le preferenze si finiva per alimentare quei legami familistici e mafiosi – favori e voti di scambio – che da sempre contraddistinguono la vita politica, e non solo quella, del nostro Paese. E allora eravamo andati a votare, nonostante ci avessero invitato ad “andare al mare”, perché quel sistema lì ci aveva stancato: “mai più!”, dicevamo convinti. Ed eccoci invece oggi tutti lì a gridare: “di nuovo!”.

E allora, il mio pensiero veloce sull’abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti, o finanziamento pubblico, che dir si voglia, è quello di imprimerci bene nella memoria questo momento. Così che quando tra vent’anni, o forse anche meno, scenderemo di nuovo in piazza perché stanchi dei legami familistici e mafiosi tra politici accondiscendenti e finanziatori privati dal dubbio mecenatismo – che per allora saranno dilaganti – saremo inchiodati alle nostre responsabilità. Imprimerci bene nella memoria questo momento, oggi che siamo qui a esultare per l’impresa del governo Letta, per ricordarci in futuro che così avevamo voluto noi: ricordarci, quando staremmo in piazza a gridare “di nuovo!” ai listini bloccati, alle gerarchie interne, alle decisioni di partito, che eravamo stati noi a dire convinti “mai più!”. Ma tanto lo so che non accadrà. Ci dimenticheremo pure di questo. E ci crederemmo ancora una volta innocenti. Ancora una volta assolti.

[immagine Art Gallery of Ontario]