Sempre la stessa storia (?)

Anne Frank

Raccontare continuamente la cosa giusta, serve? Anzi meglio, raccontare continuamente la cosa giusta, ma banalmente giusta, nel senso che tutti, anche i pazzi, la sanno riconoscere come una cosa giusta ormai, serve a qualcosa? Aggiunge qualcosa che non sappiamo già sul suo essere giusto? Insomma, detta più volgarmente, educa? Me lo chiedo non in modo retorico, ma veramente interessato a trovare una risposta. Me lo chiedo come amante delle storie e della loro narrazione, del modo di raccontarle, del messaggio che veicolano. Ma me lo chiedo anche più semplicemente come utente, ascoltare, lettore di queste storie, che poi vuol dire chiederselo come uomo, individuo, persona qualunque. Non c’è il rischio, mi chiedo, di creare una sorta di effetto ridondante nel sottolineare una cosa così banalmente giusta? E non c’è il rischio che questo inutile eco produca poi alla fine l’effetto contrario, cioè quello di farci dire “che palle, ancora con ‘sta storia?”, e quindi di allontanarci da questa? Perché va bene che è una cosa giusta, ma qui c’è la crisi, le rate del mutuo, le cene noiosissime coi colleghi, la partita di coppa, la finale di X Factor; e tu stai ancora qui a raccontarmi le solite cose, che sento tutti gli anni, da quando sono nato? E allora sai che c’è vecchio mio? Io vado a farmi una birra giù al bar, oppure cambio canale, chiudo il giornale, clicco un altro link. Non sto mica qui ad ascoltare te, che mi vieni a raccontare una storia che già conosco, che lo so che mi insegna una cosa giusta, ma mi ha pure un po’ stancato ormai. Continua a leggere

Senza fil rouge

La faccio piuttosto breve. Tre anni fa mi sono iscritto ad un corso di laurea che si chiama “Discipline dell’Unione Europea” (sta scritto pure nella bio qui accanto) offerto dalla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Macerata. Mi piaceva scrivere e mi piaceva leggere delle cose che accadono nel mondo, ed ero quindi arrivato alla naturale conclusione che fare il giornalista mi avrebbe permesso di fare le due cose assieme, ed essere pagato per questo (non ridete, per favore). Allora vedevo nella laurea in Scienze Politiche solo il primo passo che mi avrebbe portato ad essere un giornalista, e l’unico motivo per cui scelsi esattamente quel curriculum di studi piuttosto che un altro fu perché pensavo che specializzarmi in una materia così cruciale del dibattito politico, l’Unione Europea per l’appunto, mi avrebbe forse aperto qualche porta in più (ah, beata ingenuità). Sono passati tre anni, che sembrano pochi ma invece sono tantissimi, e per me sono cambiate un paio di cose. Continua a leggere

Cose che restano (dentro a un feed reader)

Da un paio di giorni sono in vacanza. La stagione al ristorante, forse la più lunga che mi sia mai capitata di fare, è finita. Gli esami di settembre dati. Certo, meno di quelli che mi ero proposto di dare, ma tanto lo sapevo che andava a finire così. Va sempre a finire così. Non ne faccio un dramma. E quindi, insomma, adesso sono finalmente in vacanza. E sì, lo so che in teoria il tempo delle ferie è finito da tempo, che questo più che altro è il periodo in cui di solito si ricominciano le cose (la scuola, il lavoro, la programmazione tv), non quello in cui si mettono in pausa, ma per me è diverso, da sempre. Un giorno magari scriverò qualcosa su cosa voglia dire vivere al contrario rispetto al ritmo normale con cui vive la gente. Del perché, a un certo punto, abbia scelto di farlo. Ma non oggi. Oggi più che altro voglio riprendere tutte quelle cose minori che invece in pausa ce l’ho dovute tenere fino adesso. Tutte quelle storie che mi sarebbe piaciuto approfondire, per poi raccontarle a mia volta, e che lo studio e il lavoro non mi hanno permesso di farlo. Quindi, in pratica, quello che c’è qui di seguito, sono le notizie che stanno salvate nel mio feed reader, messe così, in ordine sparso. Notizie a cui avrei voluto dare spazio qui sul blog, che poi magari qualcuna a rileggerla oggi mi pare meno interessante di quanto non mi fosse sembrata la prima volta, ma vabbè, pazienza, tanto ormai sono passate. E qui è ora di fare un po’ di pulizia, dentro al mio feed reader. Continua a leggere

Storie epiche

Quando nel 2007 Joshuah Bearman consegnò a Wired il suo pezzo sulla storia di come la CIA riuscì a recuperare i sei diplomatici americani nascosti nell’ambasciata canadese di Teheran durante la crisi iraniana del ’79, dubito si rendesse conto che il suo lavoro avrebbe fruttato un giorno ben tre premi Oscar più un’altra infinità di titoli e nomination varie. E invece poi sono arrivati Ben Affleck, George Clooney e quelli della Warner Bros., e il risultato l’avete visto tutti al cinema l’anno scorso in Argo. Un destino simile potrebbe toccare pure a Joshua Davis, cui negli ultimi anni è capitato di raccontare, sempre su Wired, la storia del più grande furto di diamanti del mondo e quella sull’incredibile vita del creatore di anti-virus John McAfee, dal momento che la prima sta per essere portata al cinema da Paramount e J. J. Abrams, mentre la seconda è appena stata acquistata di nuovo dalla lungimirante – nonché ricca – Warner Bros.

Come racconta il New York Times, messi insieme, i due giornalisti contano circa una ventina di articoli opzionati da case cinematografiche e studi di produzione, che potrebbero un giorno essere trasformati in film. Abbastanza per far credere ai due che, nonostante l’aria che tira per la carta stampata, ci possa ancora essere un futuro per il giornalismo, specie per quello “lungo”: a Hollywood. Per questo hanno appena lanciato Epic Magazine, una piattaforma che raccoglie, pubblica – al momento gratuitamente – e presto commissionerà anche, grandi reportage, a patto che trattino di storie abbastanza interessanti da poter essere portate sul grande schermo: epiche, per l’appunto. “Visto che l’abbiamo fatto un mucchio di volte, di vendere articoli a case cinematografiche, possiamo mettere la nostra esperienza al servizio di altri”, devono essersi detti “i due Joshes”. E chiaro, il loro al momento è solo un esperimento, ma che potrebbe aprire le porte di un nuovo modello di business per chi scrive opere di nonfiction. Infondo, a vedere i precedenti illustri – un nome su tutti: Gomorra di Roberto Saviano – viene da chiedersi come mai non fosse ancora venuto in mente a nessuno di battere questa strada. Certo, quando Carl Bernstein e Bob Woodward buttavano giù la loro inchiesta sullo scandalo Watargate, non era certo perché speravano un giorno di vedersi interpretati al cinema da Dustin Hoffman e Robert Redford, ma tant’è; qui apprezziamo l’idea.

That’s the Kindle, baby

Non sarà una rivoluzione copernicana, ma ci siamo vicini. Come avrete letto ovunque, ieri Jeff Bezos, papà di Amazon, ha comprato lo storico Washington Post, quello dello scandalo Watergate, dalla famiglia Graham, che lo controllava ormai da 80 anni. E anche se sia Bezos che Donald Graham si sono subito affrettati nel dichiarare che non cambierà nulla circa linea editoriale e posti di lavori, mi sembra ci siano comunque un paio di considerazioni interessanti da fare in merito. Continua a leggere