Mio padre era fan di Kanye West già trent’anni fa, ma non lo sapeva

Avete presente Dark Fantasy di Kanye West? Be’ dovreste, perché parliamo della traccia che apre My Beautiful Dark Twisted Fantasy, che non è un disco, o quantomeno non soltanto un disco: è un’opera d’arte, nel senso che quello è stato il disco grazie al quale tutto il mondo si è reso conto che West non era soltanto un rapper, e neanche il migliore dei rapper emersi negli ultimi vent’anni, ma un artista vero e proprio – cosa che peraltro lui cercava di far intendere già da diverso tempo. Uno che si è ritrovato a fare rap soltanto perché è stata la prima forma di espressione artistica cui si è imbattuto da piccolo; gli avessero messo in mano uno scalpello e un martelletto oggi staremo forse parlando del più grande scultore comparso sulla Terra dai tempi di Michelangelo. Insomma, per farla breve, si tratta di uno dei dischi più importanti della storia della musica, uno di quelli che rappresentano dei punti di non ritorno, seminali, direbbe qualcuno: l’unico disco cui Pitchfork abbia mai assegnato un 10 pieno, che magari non varrà dir niente, eppure… [Se siete ancora giustamente scettici, qui ci sono tre articoli scritti su l’Ultimo Uomo a proposito di Kanye West che meritano una lettura, se non altro per farsi un’idea più chiara sul personaggio: uno che riporta integralmente la discussione via Skype che Tim Small e Francesco Pacifico hanno avuto mentre ascoltavano Yeezus – l’ultimo disco di West uscito l’anno scorso – in simultanea per la prima volta; uno in cui Tim Small chiacchiera con il critico d’arte Davide Giannella a proposito del video realizzato per Bound 2 – quello in cui West sta sopra una moto con la (quasi) moglie Kim Kardashian nuda mentre dietro di loro scorrono scenari finti – contenuto sempre in Yeezus; e uno, ma dovete scorrerlo un po’, in cui Valerio Mattioli parla di Kanye West e ancora di Yeezus inserendoli in una discussione più ampia sui dischi importanti del 2013.] Continua a leggere

I migliori dischi del 2013

Cose che non riempiono una vita, ma uno scaffale sì

Lasciate stare che il blog è giovane, e che questa è appena la seconda volta che la pubblico: la classifica dei dischi migliori dell’anno è comunque già tradizione. Devo dire che quest’anno poi è stato particolarmente difficile stilare una classifica, perché era tantissimo tempo che non si sentivano dischi tanto belli tutti insieme. La cosa era parsa già parecchio evidente sei mesi fa, tanto che molti di quegli album che vi avevo presentato allora sono finiti pure nella classifica di fine anno. Anche perché, cause di forza maggiore, in questi ultimi mesi ho perso un po’ l’ascolto e sicuro è andata a finire che mi sono perso qualche altra ottima uscita. Ma la recupererò, non temete. Come fareste bene pure voi a recuperare alcuni degli album che purtroppo non ce l’hanno fatta ad entrare in classifica, pur avendo tutte le carte in regola per farlo. Li elenco velocemente qui, così potete correre a sentirveli su Spotify, ché non ci fate una bella figura a iniziare l’anno nuovo senza averli mai ascoltati: A$AP Rocky, LONG.LIVE.A$AP; Autre Ne Veut, Anxiety; Justin Timberlake, The 20/20 Experience; The Knife, Shaking The Habitual; Kurt Vile, Wakin On A Pretty Daze; Mikal Cronin, MCII; Deerhunter, Monomania; Savages, Silence Yourself; Disclosure, Settle; Jon Hopkins, Immunity; Boards Of Canada, Tomorrow’s Harvest; Valerie June, Pushin’ Against A Stone; Fuck Buttons, Slow Focus; Janelle Monáe, The Electric Lady; Bill Callahan, Dream River; Drake, Nothing Was The Same; Chvrches, The Bones Of What You Believe; Haim, Days Are Gone; Oneohtrix Point Never, R Plus Seven; Franz Ferdinand, Right Thoughts, Right Words, Right Action; Sky Ferreira, Night Time, My Time.

E adesso via con la classificona dei venti migliori dischi dell’anno, o perlomeno dei venti migliori secondo me, ecco. Continua a leggere

Arctic Monkeys: “AM” [2013; Domino]

Questa volta lo diciamo subito: AM è un grande disco, e non solo perché è il quinto album degli Arctic Monkeys, su un totale di cinque pubblicati, a piazzarsi direttamente al numero uno in classifica nel Regno Unito, né per l’essere quello più venduto dell’anno dopo l’inarrivabile Random Access Memories dei Daft Punk. È che “grande” sembra essere proprio l’aggettivo migliore per descrivere l’ultima opera dei quattro di Sheffield, qualunque sia il significato in cui si voglia declinarlo.
Grande, quindi, innanzitutto nel senso di adulto, perché le scimmie non sono più i ragazzini sbarbati degli esordi, capaci con la loro velocità ed energia di sfornare quantità industriali di hit da dancefloor in grado ancora oggi di trascinare la gente in pista. Qui invece, come già successo in Humbug qualche anno fa, preferiscono abbassare sensibilmente i bpm, rinunciando pure alle consuete schitarrate selvagge in favore di produzioni più scarne e decise, con riff che, anche se meno melodici del solito, riescono comunque ad insinuarsi nell’ascoltatore.
Merito forse delle lezioni impartite al gruppo da Josh Homme, leader dei Queens Of The Stone Age, che ha messo mani e voce in diverse tracce dell’album. Perché grande è pure la realizzazione di questo disco, registrato a Joshua Tree, in pieno deserto californiano, dopo oltre un anno di polverosa lavorazione, e dove compaiono anche in veste di special guest il chitarrista Bill Ryder-Jones, ex The Coral, e il batterista Pete Thomas, storico collaboratore di Elvis Costello.
Ma grande, anche e soprattutto, AM lo è per quello che contiene, ovvero gli elementi più significativi della tradizione hard rock di stampo americano e le influenze di band storiche come Led Zeppelin, Black Sabbath e Velvet Underground, con quel titolo che è già di per sé un chiaro riferimento al loro album del 1985 VU. Così come pure è grande l’ambizione di far suonare tutto ciò in chiave moderna, con basi e produzioni che guardano più nella direzione di un certo hip hop groovy e senza fronzoli, che a sonorità più care all’indie rock da classifica.
Pescare uno qualsiasi dei titoli in scaletta per averne la prova (consigliatissimi Arabella e Fireside), perché la formula seguita è valida per tutti: un tappeto ritmico di soli basso e batteria, qualche assolo messo qua e là senza strafare, e la voce del frontman Alex Turner – che qui preferisce forse per la prima volta il microfono alla sua fedele chitarra – contrapposta ai continui falsetto del resto della band. Il risultato, sorprendente, che ne viene fuori è un sound particolarmente sexy dove Turner, trasformatosi nel crooner maturo che non ti aspetti, riesce ad apparire molto più macho di quanto non sia in realtà.
Fanno eccezione, al solito, le ballate inserite all’interno dell’opera (No. 1 Party Anthem e Mad Sounds), che ribadiscono ancora una volta che gli Arctic Monkeys avrebbero anche potuto caricarsi sulle spalle la pesante eredità britpop lasciata dagli Oasis, se solo avessero voluto. Ma loro hanno preferito portare avanti altri, grandi, progetti. E hanno fatto bene.

[Pubblicato su «Urlo», numero 206, novembre 2013]

R.I.P. Winamp (1997-2013)

Ecco, mi sa che se c’è una cosa che collegherò per sempre alla mia adolescenza, o comunque ai tempi del liceo, beh, quella cosa è Winamp – se pensate sia un cartone animato, beati voi perché significa che siete molto più giovani di me, mannaggia il clero. Così oggi mi sono intristito parecchio quando ho letto che dal 20 dicembre chiudono baracca e burattini, e nessuno potrà più scaricarne una copia. Che poi saranno sei, sette anni buoni che non lo uso più, però per un lungo periodo della mia vita è stata la prima cosa che aprivo appena acceso il pc, altro che Facebook, e poi lo lasciavo andare per delle ore. Mi piacerebbe dire che la prima canzone che c’ho ascoltato fosse super alternativa, roba indie di quando l’indie era ancora 1.0, così da tirarmela un po’ col “io a quindici anni ascoltavo già gli Shins e Sufjan Stevens”, e invece probabile sia stato qualcosa di Avril Lavigne, o boh, dei Lostprophets, che quella volta ancora nessuno sapeva che a Ian Watkins piaceva scoparsi le bambine; perché ai tempi del liceo guardavo tutto il giorno MTV, andavo ai concerti di Ligabue, e sostanzialmente di musica, come pure della vita in generale, non ci capivo un cazzo – e invece adesso… Sì, insomma, ormai l’avrete capito, questo è un post piagnone, di quelli che scrivi quando vedi il mondo che cambia intorno a te, e capisci che sei diventato vecchio. E che nessuno frusterà più il culo del lama come si deve.

[foto National Geographic]

Volcano Choir: “Repave” [2013; Jagjaguwar]

Probabile che il nome Justin Vernon non vi dica niente. Eppure stiamo parlando di uno dei maggiori protagonisti musicali degli ultimi anni, ideatore e leader indiscusso del progetto collettivo Bon Iver, la band capace con appena un paio di dischi all’attivo di conquistarsi un seguito infinito di pubblico e ammiratori tra gli addetti ai lavori. Ma, ancor prima dei Bon Iver e che il loro album di debutto For Emma, Forever Ago diventasse uno dei dischi più venduti del 2008 – non più scaricati, ma venduti proprio, specie nella sua versione in vinile – e ancor prima delle collaborazioni illustri con Kanye West e James Blake, tanto per fare due nomi, per il nostro Justin c’erano solo i Volcano Choir.
Formati nel 2005 per la volontà di diversi musicisti del Wisconsin, Stati Uniti, accomunati dalla voglia di collaborare, i Volcano Choir hanno impiegato diversi anni prima di pubblicare il loro primo disco Unmap, nel 2009. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che ogni componente era impegnato già in altri progetti, e le canzoni prendevano forma scambiandosi piccole registrazioni via e-mail. Stesso procedimento usato, per forza di cose, anche per questo nuovo Repave, che tuttavia fa registrare una netta maturazione rispetto al precedente. Accantonato un po’ lo sperimentalismo spinto di Unmap, si sente infatti qui una maggiore coesione, tanto nei singoli pezzi che nella totalità dell’opera, come se dietro ci fosse un gruppo vero e proprio con ore e ore spese in lunghe sessioni in sala di registrazione.
Se, appunto, conoscete già i Bon Iver e le loro canzoni, facile che ritroverete qui diversi echi e rimandi a quelle stesse sonorità, sempre intrise di epicità e atmosfere bucoliche. Eppure sembra che in questo caso i suoni e gli strumenti analogici abbiano avuto il sopravvento rispetto agli emuli digitali tanto cari ai Bon Iver. E inoltre, a differenziare Repave, c’è anche una sorta di scelta minimalista, con la musica pronta a farsi da parte, restando sullo sfondo per lasciare più spazio alle parole, per poi sovrapporsi di nuovo nei crescendo, spesso sottolineati da cori in falsetto.
Acetate, Comrade, il singolo Byegone e la finale Almanac incarnano bene quanto detto, e assieme alle belle Alaskans e Dancepack, dove sembra quasi di risentire i Fleet Foxes, conferiscono valore a un’opera per niente banale qual è Repave, che nonostante la sua collettività compositiva, finisce col consacrare ulteriormente Justin Vernon alla storia recente della musica.

[Pubblicato su «Urlo», numero 205, ottobre 2013]

Cose che restano (dentro a un feed reader)

Da un paio di giorni sono in vacanza. La stagione al ristorante, forse la più lunga che mi sia mai capitata di fare, è finita. Gli esami di settembre dati. Certo, meno di quelli che mi ero proposto di dare, ma tanto lo sapevo che andava a finire così. Va sempre a finire così. Non ne faccio un dramma. E quindi, insomma, adesso sono finalmente in vacanza. E sì, lo so che in teoria il tempo delle ferie è finito da tempo, che questo più che altro è il periodo in cui di solito si ricominciano le cose (la scuola, il lavoro, la programmazione tv), non quello in cui si mettono in pausa, ma per me è diverso, da sempre. Un giorno magari scriverò qualcosa su cosa voglia dire vivere al contrario rispetto al ritmo normale con cui vive la gente. Del perché, a un certo punto, abbia scelto di farlo. Ma non oggi. Oggi più che altro voglio riprendere tutte quelle cose minori che invece in pausa ce l’ho dovute tenere fino adesso. Tutte quelle storie che mi sarebbe piaciuto approfondire, per poi raccontarle a mia volta, e che lo studio e il lavoro non mi hanno permesso di farlo. Quindi, in pratica, quello che c’è qui di seguito, sono le notizie che stanno salvate nel mio feed reader, messe così, in ordine sparso. Notizie a cui avrei voluto dare spazio qui sul blog, che poi magari qualcuna a rileggerla oggi mi pare meno interessante di quanto non mi fosse sembrata la prima volta, ma vabbè, pazienza, tanto ormai sono passate. E qui è ora di fare un po’ di pulizia, dentro al mio feed reader. Continua a leggere

The National: “Trouble Will Find Me” [2013; 4AD]

Quando uno arriva, come i National, al sesto album in poco più di dieci anni di carriera riuscendo sempre a mantenere l’asticella della qualità così dannatamente alta, l’unica cosa che resta da fare è togliersi il cappello e abbassare il capo in segno di rispetto.
Sarà perché, anche se vivono a Brooklyn ormai da tempo, questi cinque non più giovanissimi ragazzotti vengono tutti dall’Ohio, e lì la gente lo sa che è la sostanza a fare la differenza, non l’apparenza. E difatti i National sono dei gran lavoratori, degli artigiani dell’indie rock, che lavorano a mano ogni singolo pezzo fino a renderlo perfetto. Perché solo così riesci a tirare fuori un disco come Trouble Will Find Me, che giunge a tre anni di distanza dal pur notevolissimo High Violet, e che è solo l’ultimo capitolo di una grandiosa discografia.
Un disco dall’intensa carica emotiva, dove si passa continuamente da un malinconico romanticismo (I Should Live In Salt, I Need My Girl e Hard To Find) a una triste nostalgia (Don’t Swallow The Cup e Pink Rabbits), dalla disillusione e il rammarico (Demons, Heavenfaced e This Is The Last Time) alla voglia di riscossa (Sea Of Love). Del resto è sempre stata questa la cifra stilistica dei National: la loro è la colonna sonora ideale di quando ci si ritrova da soli al bancone del bar, l’ennesimo whisky in mano, a fare il bilancio della propria vita, a rimuginare su ciò che è andato storto, sulle persone speciali lasciate andare per colpa del proprio orgoglio o per qualche sbaglio di troppo.
E poi però alla fine ti dici che sei ancora in tempo e ti convinci che puoi sistemare le cose: domani andrà meglio, vedrai. Perché quando hai uno con una voce come quella di Matt Berninger dalla tua, poi alla fine vinci per forza.

[Pubblicato su «Urlo», numero 203, luglio-agosto 2013]