De greit biuti (considerazioni inutili sulle ultime settimane di Renzi)

Greater flamingo

Di cose, all’interno del panorama politico italiano, ne sono successe nell’ultimo mese. Che queste cose siano in grado di produrre effetti concreti e rilevanti per le sorti del Paese è ancora presto per dirlo. Di certo, però, di spunti di riflessione ne hanno offerto parecchi. Io, non trovando nulla di meglio di fare (lo so, lo so), ho passato gli ultimi giorni a buttare giù le mie, di riflessioni, cercando di mettervi un po’ d’ordine, ché si sa, le cose si capiscono meglio se le lasci qualche giorno a fermentare. Ecco, quello che segue è appunto il mio tentativo di capirci qualcosa, sulle scelte di Renzi, ma vi avverto: partirò da lontano, sarò lungo, e pure noioso. Per cui, se non avete tempo da perdere – e chi ne ha, del resto – fareste meglio a fermarvi qui. Io vi capirò. Per quelli che pensano di proseguire, invece, be’, sappiate che partiremo addirittura dal sempre caro Winston Churchill, e più precisamente da una delle tante frasi leggendarie che gli vengono spesso attribuite, ovvero: “Se Hitler invadesse l’inferno, io farei quanto meno un rapporto favorevole al diavolo alla Camera dei Comuni”. Continua a leggere

Annunci

Ma starci dentro

L’altro giorno, dopo aver raccontato qui di aver votato per Renzi alle primarie del Pd, e del perché l’avessi fatto, mi è capitato di discorrere un po’ con alcuni amici su Facebook a tal riguardo. In particolare, al centro della discussione, c’erano due cose: la mia impossibilità di dimostrare in maniera oggettiva che votare Renzi fosse la cosa giusta da fare, e, semplificando un po’, lo scontro tra una visione pragmatica ed una invece più idealista circa le proprie possibilità di influenzare il mondo. Siamo andati avanti un po’, ognuno con le proprie argomentazioni, e penso che alla fine nessuno sia riuscito a scalfire le convinzioni degli altri, ma va bene così: Habermas sarebbe fiero di noi. Oggi però è successo che, leggendo il nuovo libro di Francesco Piccolo Il desiderio di essere come tutti (edito da Einaudi), che giaceva ancora incelofanato sul comodino ormai da diverso tempo, mi sono imbattuto, nel giro di poche pagine, in paragrafi che un po’ c’entrano, con quello di cui stavamo discutendo con i miei amici su Facebook, e la cosa mi ha ovviamente colpito. Ma andiamo con ordine. Continua a leggere

Per il verso giusto

Alla fine ci sono andato. A votare per le primarie del Pd, dico. Ci sono andato, e non era mica scontato. Che già la volta scorsa, che poi era giusto un anno fa, e non erano le primarie solo del Pd ma di tutta la coalizione di centro-fucking-sinistra, vabbè, non pensavo di andarci lo stesso, e dopo invece c’ero andato. Ecco: stavolta ero ancora meno convinto di andarci della volta scorsa, e invece alla fine uguale. Ci sono andato alla mezza in punto, che poi dovevo andare a pranzo da mio nonno, che abita vicino a dove sta il seggio, che non è il mio seggio solito, ma comunque è abbastanza vicino al mio seggio solito, e appunto, è pure vicino a dove abita mio nonno, e quindi pensavo di fare tutto un giro. E allora ci sono andato alla mezza in punto e quando sono arrivato ho visto che c’era la fila, e io non me l’aspettavo di trovarci la fila, ché avevo capito che a ‘sto giro non ci sarebbe andato nessuno a votare, e allora ho pensato “ma tu guarda quanta gente ha il nonno che abita qui in zona e oggi ci va a pranzo”, e già mi stavo preoccupando, perché a mio nonno non gli piace per niente quando arrivo tardi a pranzo, e in genere mi cazzia per bene, però poi ho pensato che non si sarebbe arrabbiato più di tanto se il ritardo era dovuto al fatto che stavo votando per le primarie del Pd. Voglio dire, io non sono neanche del Pd, niente tessera, l’ho votato per la prima volta alle ultime politiche, e tra l’altro solo al Senato; invece mio nonno, lui sì che è del Pd, cioè, mi sa che neanche lui ha la tessera, però le primarie se l’è fatte tutte, since Veltroni, e l’ha votato sempre in tutti questi anni. Quindi ecco, pensavo che gli avrebbe fatto piacere questa cosa che anche il nipote adesso era entrato nel tunnel dei gazebo – che poi in verità il mio seggio era dentro un palazzo e aveva muri, tetto, porte e finestre veri, ma vabbè, fa lo stesso – e delle monete da due euro buttate sul tavolo come alla tombolata di famiglia, e che quindi non mi avrebbe cazziato come al solito per il ritardo. Continua a leggere

Impossibile, eppure reale!

Sì, lo so che poi siamo andati avanti, che un Presidente della Repubblica siamo riusciti ad eleggerlo, vabbè, insomma, a rieleggerlo; che un governo alla fine siamo riusciti a farlo, vabbè, insomma, un governo di grande coalizione; che con la morte di Giulio Andreotti abbiamo finalmente messo fine alla Democrazia Cristiana e al centrismo, vabbè, insomma… Però io sono ancora là, fermo a quando ci siamo ritrovati ad esclamare «Impossibile, eppure reale!», per dirla con Georges Bataille. A quando, cioè, all’improvviso ci siamo ritrovati a perdere, anzi, a “non-vincere” un’elezione che ci sentivamo già in tasca da mesi, e non solo per via di sondaggi conniventi. A quando, poi, sempre dall’oggi al domani, ci siamo ritrovati ad assistere, impotenti, all’implosione del Pd via Twitter, spaccatosi proprio nel momento in cui bastava rimanere uniti per vincere almeno una partita, quella sulla Presidenza della Repubblica, peraltro. Ecco, io sono ancora fermo là, a prima che l’impossibile divenisse reale. Quindi, immaginatevi come mi sia sentito oggi, ritrovandomi a leggere in un’intervista a Gianna Nannini su Rolling Stone di aprile – ma rilasciata evidentemente qualche mese prima, quando, appunto, tutto quello che è successo poi era ancora di là da venire – quanto segue:

[…] Sono contenta che abbiano scelto Inno come musica del Pd, perché la vogliono usare per fare gruppo, per compattarsi. L’ho trovato coraggioso. Avrebbe perfino potuto cantarla Renzi.

PS: Per farsi del male, si prega di cliccare qui.

La democrazia spiegata ai (miei amici) grillini

Cari amici grillini, chiariamoci subito: sono in molti a considerare il tentare di parlare con voi una perdita di tempo. Chi dice che non siete altro che bambini un po’ troppo cresciuti che si ostinano a giocare alla rivoluzione, chi vi considera invece semplicemente dei fascisti in erba: in ogni caso, qualcuno con cui è inutile mettersi a discutere. E devo dirvi la verità, se non conoscessi personalmente alcuni di voi, faticherei parecchio anch’io a considerarvi in altra maniera. Ma proprio perché vi conosco, e conosco la vostra buona fede, voglio illudermi che il tempo dedicato a scrivervi quanto segue non sia tempo sprecato. Che poi oltretutto sono sempre stato, e lo sono ancora, fermamente convinto che il tempo impiegato a tentare di far ragionare gli altri non lo sia mai, tempo sprecato. Continua a leggere

Loro guardano a destra, e tu vai a sinistra

La candidatura di Stefano Rodotà come Presidente della Repubblica da parte del MoVimento 5 Stelle (dopo i due rifiuti di Milena Gabanelli e Gino Strada, vabbè) mi ha fatto venire in mente che io una cosa del genere l’avevo già vista succedere in un famoso film:

PS (per il Pd): “Non si può fare una Mossa Kansas City senza un morto”.

A Firenze c’è un personaggio strano

 

Peccato che in questo Paese andare in tv non paghi politicamente. Peccato che in questo Paese non si riesca a trasformare il pubblico in elettori, lo share in consenso, gli ascoltatori in voti. Peccato, perché se no, magari, si potrebbe pure pensare di vincere un’elezione.

PS: Le guerre si vincono anche coi cavalli di Troia.

PPS: Certo mi rendo anche conto che la giacca alla Fonzie è qualcosa di difficile da mandar giù.

Il Popolo dell’Irresponsabilità

L’altro giorno, a meno di 24 ore dall’esito deludente, a volerci andar giù leggeri, delle elezioni, accusavo questo paese di essere di destra. Di esserlo sempre stato e del suo essere condannato a rimanerlo per sempre. In verità, però, mi sbagliavo. Ero arrabbiato, smarrito, e avevo anche 38 e mezzo di febbre mentre scrivevo – faccio notare che erano anni che non mi veniva la febbre: alcuni qui parlerebbero apertamente di somatizzazione – e quindi evidentemente ero poco lucido. E la lucidità è importante se vuoi arrivare a vedere le cose come sono in realtà, e non solo come appaiono. Ora l’incazzatura se n’è andata, la febbre pure, ed io sono appena tornato da un piacevole fine settimana passato in Belgio: un paese che, tra l’altro, è la dimostrazione concreta di come si possa vivere benissimo anche senza governo, e per periodi di tempo pure piuttosto lunghi (no, in Italia non funzionerebbe, se ve lo state chiedendo). Insomma, penso di aver riacquistato parte della mia lucidità, e per questo sono qui a correggermi. Continua a leggere

Perdere, e perderemo

Mi sento ancora malissimo per la batosta rimediata ieri. Non temete. Passerà. Ho perso anche Coppe dei Campioni, e sono sempre riuscito a superarlo. Ce la farò anche stavolta. Però, volevo un attimo appuntarmi un pensiero che mi viene in mente ogni volta che perdo un’elezione, e la cosa mi è già successa diverse volte, più di quanto non sia accaduto con le Coppe dei Campioni. Un pensiero che tutte le volte mi convinco sia in realtà sbagliato, che non può essere così, e che quindi merita di essere ricacciato immediatamente nel mio subconscio. Ed è lì che resta, fino alla sconfitta successiva. Quindi ho pensato valesse la pena, per una volta, appuntarmelo, prima di convincermi di nuovo della sua infondatezza, ché tanto lo so che presto si riaffaccerà con forza. E il pensiero, che a quanto pare è lo stesso a balenare pure nella testa di Leonardo, anche se il suo è ovviamente molto meglio articolato del mio, è il seguente. Continua a leggere

È colpa mia

E insomma, l’altra sera ero lì che guardavo lo scontro del secolo, lo show dei record, “il duello Frost/Nixon de noantri”, o in qualunque altro modo vogliate chiamarlo, ché tanto ci siamo capiti, e sentivo crescermi dentro questo senso di malessere senza riuscire però a capire bene da cosa dipendesse. Non era certo per le parole del Cavaliere, che pure in passato erano ben capaci di farmi ribollire il sangue, né per il rischio che queste potessero farlo tornare ai fasti elettorali di un tempo – non che il rischio non ci sia, come avverte oggi anche Dario Di Vico sul Corriere Della Sera, però, se il centrosinistra comincia anche solo a pensare di poter perdere, poi finisce che perde davvero. Non era neanche la triste constatazione di come Santoro e Travaglio, devoti al dio share, avessero costruito un programma su misura per la riscossa berlusconiana, allestendo una corrida dove il torero prende ad accarezzare il toro, invece di infilzarlo a dovere – mentre D’Avanzo era lì che si rigirava nella tomba. Ma non voglio spendere altre parole su questo, ché Ludovico Bessegato ha detto già tutto il dicibile. E quindi, dicevo, ero lì che guardavo, tra il nauseato e il divertito, questa rimpatriata di vecchi amici dove, come sempre accade nelle rimpatriate, è la tristezza a farla da padrona, senza riuscire a dare un nome al malessere che sentivo crescermi dentro. Poi, finalmente, oggi ho realizzato di cosa si trattasse. Continua a leggere