L’Europa è Lisca Malbran

Citazione

Quale forza poté mettere in moto questi milioni di proiettili con o senza equipaggio? Voi dite “Germania”. Loro dicono “Russia”. Di certo non può essere stata l’Europa, tanto meno Centrale Europa, che è sempre una bambina così brava e docile. Lo ripeto: l’Europa è una mite giovenca, una vergine grassoccia, una fanciulla R o una ragazza P pronta all’amore, un angelo, una preda remissiva. L’Europa è Lisca Malbran. L’Europa non ha mai bruciato una strega né toccato un ebreo! Come si fa a catalogarne i gioielli? A Praga, ad esempio, si vede il cielo all’alba attraverso le finestre ad arco dei campanili, e quel cielo diventa più desiderabile se collocato nella cornice verde rame, il cui perno, il dito stesso del campanile, emerge dalla carne della città, dalle sue facciate con decorazioni floreali in rilievo, cartigli e teste leonine, dalle sue vie fortificate e tortuose che hanno sempre tantissimi occhi: l’Europa è circospetta, essendo già stata stuprata innumerevoli volte, e forse è per questo che in alcuni dei suoi occhi continua tuttora a brillare la luce artificiale. A che serve, però, vederli arrivare? Il primo pidocchio di metallo sgattaiola sulla pelle dell’Europa, lastricata di follicoli grigio scuro e grigio chiaro. Lei sente tutto, sopporta tutto, levando verso il paradiso le dita-chiesa inanellate dal cielo per potersi sposare.

[William T. Vollmann, Europe Central, Mondadori, Milano 2010, p. 22]

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Ci sono due tipi di storie che si possono scrivere

Citazione

Ci sono due tipi di storie che si possono scrivere: quelle che fanno sentire migliori e quelle che fanno sentire peggiori. Le prime hanno come protagonista un personaggio che è migliore di noi, che ci conduce a comprendere come dovremmo essere; le seconda hanno come protagonista un personaggio che è peggiore di noi, che ci aiuta a comprendere come non dovremmo essere. Ma la questione ancora più precisa, è la seguente: le prime ci rassicurano, perché noi siamo già un po’ convinti di essere migliori di come siamo – è qui che scatta l’identificazione. Le seconde, invece, ci toccano perché noi siamo già peggiori di come crediamo di essere, e per questo ci sentiamo colpiti, inquietati.
Se riesco a percepire il buio che c’è dentro di me, le somiglianze con ciò che non mi piace; se riesco a concepire un’affinità con chi è lontano; se riesco a comprendere quanto sono coinvolto in ciò che non amo, che non mi piace, che di solito accuso come se non mi appartenesse – quella è la strada concreta, reale, per combattere con limpidezza ed efficacia. L’abitudine è quella di sentirsi estranei agli errori, estranei alle brutture del Paese. L’estraneità rende impermeabile la conoscenza, e senza conoscere le ragioni degli altri, non si può combatterle.

[Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino 2013, p. 251]

L’idea che si ha dell’amore

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Puoi vivere tutta la vita con una persona, soltanto se hai abbandonato l’idea di purezza. Non lasciarsi mai non è un’idea pura, ma al contrario è un modo di accettare in un rapporto d’amore tutte le fragilità, le debolezze, le diversità, gli odi e i periodi di stanchezza, i tradimenti. L’amore è tutto questo, messo accanato ai periodi belli. Invece l’idea che si ha dell’amore è di solito un inseguimento ossessivo della perfezione assoluta della coppia. Così, però, ogni litigio, ogni stanchezza, ogni desiderio altro, sono macchie, indebolimenti, sacrilegi contro la perfezione, segni di declino. Quindi, avendoli accumulati nel tempo, ci si deve lasciare perché non si sopporta che dentro il rapporto ci sia anche il dolore o il ricordo di momenti tristi.

[Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino 2013, p. 192]

La tragedia dell’eguaglianza

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In Vecchie carte da gioco Rosellina Balbi affronta la questione di cosa significhi essere di sinistra. E sopratutto quella che definisce «la tragedia dell’eguaglianza». Conclude l’articolo così, sotto il mio evidenziatore giallo ben calcato: «Personalmente, sono ancora e sempre del parere che la distinzione da fare sia quella tra l’eguaglianza e il diritto all’eguaglianza: la prima non esiste (per fortuna): ciascuno di noi deve fare la sua corsa e arrivare dove potrà, saprà e vorrà. Altra cosa è la parità delle condizioni di partenza: è questo che la sinistra deve ottenere, così come deve continuare a battersi perché la innegabile diversità tra gli uomini non diventi pretesto per la discriminazione e il sopruso dei forti nei confronti dei deboli».

[Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino 2013, p. 147]

Ero diventato noioso

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Avevo tolto a me sesso una parte che andava estirpata, non ne ero nemmeno pentito. Ma il risultato era che mi annoiavo e che ero diventato noioso. Me ne rendevo conto, ma non avevo intenzione di cambiare le cose. Mi sembrava che la noia che provavano gli altri davanti alla mia vita immobile, fosse il segno della loro incapacità di comprendere. Mi sembrava, nella sostanza, che fossero superficiali; e che io, con queste due compagne di vita, la purezza e la reazionarietà, mi stessi allontanando – riscattando – dalla superficialità, che identificavo con la divisione tra la vita propria e la vita di tutti.

[Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino 2013, p. 145]

Una vera sostanza di felicità

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Poiché una storia d’amore l’avevo anche io, ed era la storia di un ragazzo che ama la sua compagna di banco e soffre tantissimo perché lei non lo ama, mi misi a scrivere un romanzo che raccontava di un ragazzo che ama la sua compagna di banco e soffre tantissimo perché lei non lo ama. Il romanzo era brutto e si è fermato dopo alcuni capitoli, scritti in modo faticosissimo. Però in quel tempo in cui mi chiudevo in camera e scrivevo, nonostante lì fuori ci fossero i miei amici, le feste, le ragazze, e anche Elena, il Movimento; nonostante scrivere fosse molto faticoso e non produceva nulla di buono – mi sentivo felice. In un modo diverso da come lo ero stato tutte le volte che ero stato felice  fino ad allora. Avevo la percezione chiara che stavo scrivendo un romanzo brutto e inutile, ma andavo avanti perché in qualche modo leniva il mio dolore e perché quel tempo di scrittura era una vera sostanza di felicità. E mi dava la sensazione, non ho mai capito perché – ma è evidente che è la sensazione che continuo ad avere ora – che non stavo buttando la mia vita. Con i miei amici avevo la sensazione di buttare la mia vita; con Elena no, ma lei non mi voleva; con il Movimento no, ma non avevo abbastanza coraggio per essere come loro. Quindi, l’unico momento di cui davvero potevo sentire di non stare buttando via la mia vita, era mentre scrivevo questo romanzo brutto, cosciente che fosse brutto. E forse anche l’atto di scrivere rendeva sopportabile il dolore che provavo, le pene che provavo. In fondo, mi dicevo che se soffrivo potevo poi scriverne, e quindi incanalavo la sofferenza dentro qualcosa.

[Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino 2013, p. 69]

Un infelice e sostanzialmente stupido desiderio

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«Lascio che sia mia zia a parlare con i miei. Sostengo, però, una strana e insoddisfacente conversazione telefonica con mio fratello maggiore, che fa l’oculista a Dayton. Fuma la pipa e si chiama Leonard. Leonard è di gran lunga quello che meno preferisco fra i miei parenti e non ho la più pallida idea del perché una sera io lo chiami, molto tardi, a carico suo, e gli faccia un resoconto convoluto e scrupolosamente obiettivo di tutta la vicenda. Finiamo per litigare. Leonard sostiene che sono proprio come nostra madre e soffro di un infelice e sostanzialmente stupido desiderio di essere perfetto; io dico che questo non ha nulla di costruttivo a che fare con quello che ho detto, e oltretutto non vedo che cosa ci sia di male nel desiderare di essere perfetti, dato che essere perfetti sarebbe… be’, perfetto. Leonard mi invita a considerare quanto sarebbe noioso essere perfetti. Io mi inchino alla sua vasta e sudata conoscenza in fatto di essere noiosi, ma gli faccio notare che, dato che essere noiosi è un’imperfezione, sarebbe per definizione impossibile che una persona perfetta fosse noiosa. Leonard dice che mi è sempre piaciuto giocare con le parole per girare intorno al vero significato delle cose: il che conduce con un rigore addirittura sospetto alle mie intuizioni sulla morte imminente dell’enunciato lessicale, e mi lascio andare per diversi minuti, temo, prima di accorgermi che uno di noi ha interrotto la connessione. Maledico la pipa di Leonard, e sua moglie che ha la faccia come una cotica di maiale».

[David Foster Wallace, La Ragazza Dai Capelli Strani, Minimum Fax, Roma 2011, p. 223]

La responsabilità è come il cielo

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Ascoltammo in silenzio, malconci, le canzoni e i ritornelli e gli slogan e il flap flap degli elicotteri dei servizi di sicurezza e lo sferragliare delle lattine di birra. Passarono diversi minuti nel debole chiarore del falò. Chiesi a Lyndon se dormiva.
«No che non dormo», disse.
«Allora mi può dire che sensazione dà, presidente?»
Un silenzio di slogan lontani. Lyndon si infilò un dito nel naso, in profondità, con gli occhi chiusi e la testa rivolta all’insù.
«Che sensazione dà cosa?»
Mi schiarii la gola. «Intendevo avere una responsabilità, come stava dicendo lei prima. Essere responsabili degli altri. Che sensazione dà?»
Lui ridacchiò o forse ansimò, emettendo un suono basso, quasi inaudibile, dai recessi della poltrona da dirigente reclinata. Io fissai il suo profilo, il sogno di ogni caricaturista.
«Tu e il mio uccellino», disse. «Che mi prenda un colpo, tu e il mio uccellino gli fate sempre le stesse domande a Lyndon Johnson, figliolo. È proprio strano». Si tirò su per guardare dritto verso il mio pezzetto di oscurità. «Gliel’ho spiegato al mio uccellino giusto la settimana scorsa che la responsabilità, come dire, non c’entra niente con una sensazione», disse sottovoce.
«Cioè, non si sente che sensazione dà? La responsabilità rende insensibili?»
Lui si somministrò dello spray, giocherellò con la catenella contro la luce fioca della finestra.
«Ho detto al mio uccellino che la responsabilità è come il cielo, ragazzo. Così le ho detto. Tu cosa mi rispondi se ti vengo a chiedere che sensazione ti dà il cielo? Il cielo non è una sensazione, ragazzo mio».
Tossimmo tutti e due.
Puntò un dito verso l’alto, vagamente in direzione delle corna, annuendo come di fronte a qualcosa che conosceva bene. «Ma sta lì, amico mio. Il cielo sta lì. Ti sta sopra la zucca ogni cazzo di giorno che Dio manda in terra. Puoi andare dove ti pare e piace, ragazzo, ma se alzi gli occhi, in cima a ogni altra dannatissima cosa c’è lui. E il giorno in cui non ci sarà più cielo…»
Strizzò e manipolò la boccetta per cavarne fuori gli ultimi rimasugli di spray. Il suono fu impressionante. Ben presto dovetti aiutare Lyndon ad avvicinarsi di nuovo al cestino dei rifiuti pieno di urina. Restammo fermi lì, insieme, sul pavimento di marmo bianco dell’ufficio dei presidenti.

[David Foster Wallace, La Ragazza Dai Capelli Strani, Minimum Fax, Roma 2011, p. 146]